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Pighin, orgoglio ‘bianchista’ del Friuli dalle Grave al Collio

Dalla freschezza di Pinot Grigio e Friulano all'eleganza di Malvasia e Sauvignon. Ma la vera sorpresa è il Picolit dolce

Le Grave, con i suoi profumi e la sua freschezza; il Collio, espressione di eleganza e complessità. Sono i due capisaldi dell’azienda agricola Pighin, orgoglio di Friuli e del Friuli, regione di cui rappresenta due storiche produzioni.

Da Risano, nella grande pianura solcata dai fiumi dove tutto è partito nel lontano 1963, arrivano vini d’immediatezza come Pinot Grigio e Friulano (ex Tocai). Vini freschi e piacevoli, caratterizzati da intriganti profumi ma anche da facilità di beva, perché “non possiamo passare la serata a mettere il naso nel bicchiere”, sintetizza l’istrionico Roberto Pighin, entrato nell’azienda di famiglia alla fine degli anni ’70 e alla guida dal 2004.

Il banco di prova è una cena al Globe Restaurant di Milano, seconda e ultima tappa di un mini-tour ‘bianchista’ organizzato in collaborazione con Gambero Rosso (la prima era stata a Roma). Le bottiglie di Pighin accompagnano un menu prevalentemente di pesce, a cura dell’executive chef Gianfranco Semenzato. I due vini della Friuli Grave Doc si difendono egregiamente, per la soddisfazione del proprietario che in questa zona, con 160 ettari vitati, concentra ancora oggi la gran parte della produzione, oltre a quartier generale e cantina.

Inutile nascondere, tuttavia, che attesa e curiosità erano soprattutto per i vini del Collio, dove Pighin vanta 30 ettari di proprietà a Spessa di Capriva fin dal 1968. Insomma, l’azienda è di casa anche qui, in una delle zone più rinomate nel panorama nazionale dei bianchi, che tuttavia negli ultimi lustri ha sofferto l’emergere di altri territori, vuoi per la riscoperta di alcuni vitigni (Falanghina, Timorasso), vuoi per un maggior traino turistico (Lugana, Trentino-Alto Adige). Pighin schiera Malvasia e Sauvignon che colpiscono per la loro delicatezza a dispetto dell’aromaticità intrinseca dei vitigni, a maggior ragione trattandosi di bottiglie giovani, entrambe 2021 e prive di passaggio in legno. Il Soreli, classico blend-bandiera che ogni cantina del Collio che si rispetti ha in gamma, è invece datato 2019 e convince meno. A comporlo sono Ribolla Gialla, Malvasia, Friulano e l’impressione è che manchi la giusta armonia, che si fatichi a trovare il punto d’equilibrio nell’assemblaggio.

Spettacolare invece la chiusura, con un vino che paradossalmente è più un diletto che un business, per il basso numero di bottiglie prodotte e la difficoltà a vendere al giusto prezzo un vino da uve così riottose. Un peccato, perché il Collio Picolit bianco 2018 è molto più di un generico ‘vino da meditazione’ come se ne trovano millanta, più o meno validi. E’ il raro vino da brivido della schiena al primo sorso. Merito di una freschezza in grado di cauterizzare l’eccesso zuccherino, lasciando che la dolcezza arrivi al palato più tardi e in maniera discreta. Un passito che ricorda un ice wine, per la pulizia che si ritrova in bocca, un raro e prezioso esemplare di vino dolce di cui non sei già stufo al secondo bicchiere.