Con il sostegno di:

Paolo Cognetti: “Il bosco, il monte e un cielo enorme i miei amici segreti”

Lo scrittore premio Strega vive per sei mesi in un micro-paese in Val d’Aosta mentre per l’altra parte dell’anno risiede (volentieri) a Milano. A Qn Itinerari racconta i suoi luoghi del cuore

Passa metà dell’anno a Milano. Gli altri sei mesi, quelli della bella stagione, a Fontane, in Valle d’Aosta, a duemila metri d’altezza. Uno di quei puntini microscopici di cui spesso le carte geografiche non hanno voglia di curarsi o, semplicemente, si dimenticano di segnare. Paolo Cognetti e la montagna. Qualcosa di più di un ‘matrimonio’ o del legame amoroso che unisce una persona a un luogo. “Una filiazione”. È lui stesso a dirlo, dall’altro capo del telefono, nel bel mezzo di una conversazione che promette di spazzare via qualche luogo comune: “Vado in montagna da quando avevo sei mesi, i miei mi ci portavano spesso», dice. E a testimonianza di un percorso esistenziale in qualche modo ereditato, ma diventato proprio, c’è la letteratura. Prima de ‘Le otto montagne’ (Einaudi), vincitore del premio Strega, lo scrittore milanese aveva già dato un ‘assaggio’ di quello che sarebbe diventato il suo mondo – e che Élisée Reclus in ‘Storia di una montagna’ (Tararà) paragona a “un infinito per chi vuole conoscerlo nel suo intero” – ne ‘Il ragazzo selvatico’, pubblicato nel 2013 e riproposto in una bella versione illustrata da ‘Terre di mezzo Editore’. E si è spinto anche oltre, fino al Nepal, raccontando la sua esperienza in ‘Senza arrivare in cima. Viaggio in Himalaya’ (Einaudi).

Cognetti, si può dire che in montagna ci sia quasi nato…
“In un certo senso. I miei genitori inizialmente andavano sulle Dolomiti, poi si sono trasferiti a Milano negli anni Settanta, ma erano disadattati alla vita di città, che gli era ostile. Così hanno deciso di ritornare in montagna. Ma stavolta in Valle D’Aosta. E mi portavano a Fontane, col Monte Rosa sullo sfondo. Non ho mai capito il perché di quel cambio di destinazione, ma poco importa. È casa mia”.
Lei è uno scrittore. Quanto la letteratura ha inciso sul suo percorso?
“La letteratura ci aiuta a capire il mondo, e non è retorica. Infatti sono anche un lettore vorace. Grazie ad alcuni grandi romanzieri ho conosciuto tanti luoghi ancor prima di visitarli. Parlo dell’Himalaya e di New York, che amo particolarmente. Quando sono arrivato, mi sembrava di esserci già stato grazie ai libri che avevo letto”.
Cosa ospita nel suo scaffale?
“Sono legato a due grandi radici. La prima è quella dei grandi scrittori americani, da Hemingway a Carver. La seconda mi porta invece a esplorare il Nord Italia: Levi, Ginzburg, Fenoglio, Rigoni Stern”.
Proprio Rigoni Stern nel suo racconto ‘Le quattro case’ ripercorreva le età della sua vita attraverso le case abitate. Quali sono le case di Paolo Cognetti?
“Una è quella di Milano, dove vivo. L’altra è quella di cui parlo ne ‘Il ragazzo selvatico’: la baita di Fontane”.
A proposito: è vero che ci sono solo quattro case?
“Sì, è vero. Due delle quali sono mie (ride). Di una ho restaurato la stalla”.
E nelle altre due chi ci abita?
“Una è quella del mio vicino, dove ci vengono un paio di amici. L’altra è diroccata”.
Da Milano è fuggito?
“No, affatto. Ci vivo sei mesi l’anno”.
Le piace, quindi.
“Sì. Anche perché è una città affascinante. E divisa in due. Il nord è quello delle fabbriche, che conosco molto bene perché in fabbrica ci lavorava mio padre. Le ho viste vivere, negli anni Settanta e Ottanta, e poi morire. E le ho viste anche occupare, coi vari centri sociali. E infine demolire. Il bello è che dietro le ciminiere ci sono le montagne, e riesci a vederle. Il sud di Milano è più rurale. Lo disegnano i campi, le cascine, il naviglio. In fondo Milano è una New York in miniatura. Entrambe le città sono state segnate dall’immigrazione, cambiano molto velocemente. Non c’è la nostalgia legata ai monumenti, come invece accade a Roma”.
Parlerà ancora di montagna?
“Non è una scelta meccanica. La scrittura va dietro alla vita. E io scrivo ciò che vivo, non mi interessa la scrittura puramente d’invenzione”.
Il miglior amico di chi ama la montagna, si legge nei suoi libri, è la solitudine. È davvero così?
“Più che amica direi che è una coinquilina. A volte ci stai bene, a volte ti dà fastidio. Ma la solitudine della montagna è molto diversa da quella della città. Nel primo caso, parliamo di alienazione, il che la rende terribile; nel secondo, è qualcosa di indefinibile. Ti permette di dialogare con la vita non umana. Un bosco è ben altro compagno rispetto al cemento. Ed è straordinario”.
Milano e la montagna sono due luoghi incompatibili?
“Sono due luoghi che si osservano. Dal ponte della Ghisolfa e da Bovisa il Monte Rosa puoi osservarlo. E dalla montagna puoi guardare Milano. Avviene anche nella mia vita. Non sono due opposti. Litigano, ma stanno bene insieme”.
E le manca qualcosa di Milano quando è in montagna?
“Le sere. In montagna, dopo l’estate, diventa buio molto presto. E a quel punto puoi solo startene a casa. A Milano puoi uscire, incontrare gente. In estate, invece, la montagna riesco a tirarla fuori”.
Vivrebbe in montagna per sempre?
“Non lo so. Sto bene a Fontane, ma anche in città”.
Cos’ha Fontane di così speciale?
“C’è un sacco di cielo, non le valli chiuse. Cosa rara in Italia. Un po’ come in America. E mi piace camminare nei boschi, da solo o con gli amici”.
Quali sono i luoghi che Paolo Cognetti porta con sé?
“La Valle D’Aosta, con Fontane, Milano e l’Himalaya”.
E tra Valle D’Aosta e Himalaya c’è qualcosa in comune?
“Certamente. I boschi, i laghi, i fiumi. In alcuni punti dell’Himalaya trovi soprattutto le Alpi degli anni Trenta, quando non c’erano strade e si lavorava a mano. Ed è incredibile camminare per venti giorni senza incontrare il segno di un’automobile. Ti rendi conto che l’uomo è di troppo”.
Cosa le ha insegnato la montagna?
“Che siamo effimeri, fragili, problematici. Non siamo armonici come un albero nel prato. Ci affanniamo, spostiamo le cose, ma non mettiamo radici. Per questo mi piace ascoltare la montagna come Siddharta ascoltava il grande fiume. L’uomo è un parassita, la Terra durerà di più”.
La montagna è davvero così importante? O scriverebbe con la stessa passione anche su un’isola o in riva a un fiume?
“Lo farei nello stesso modo anche in riva a un fiume. Per questo prima le dicevo che scrivere di montagna non è una scelta meccanica, fa parte delle circostanze della mia vita”.
Spesso si pensa alla montagna come a un luogo di eremiti. È un’immagine credibile?
“A Fontane non sono mica un eremita. Ci sono quattro case ma pure Brusson, a otto chilometri da qui. Ed esistono vari problemi, soprattutto legati all’ambiente. I montanari qui pensano ancora a un turismo del divertimento. Un’idea vecchia. La vera risorsa è la montagna integra, non quella piena di piste da sci”.
C’è qualcosa che non le chiedono mai ogni volta che le propongono un’intervista?
“Nessuno mi chiede se sono felice”.
E lo è?
“A volte sì, a volte no. Vorrei essere soprattutto più tranquillo. In montagna si può anche essere molto irrequieti, a me piacerebbe essere un albero sulla riva di un fiume”.