Basta dire Piemonte, perché al territorio si associ subito la presenza di grandi vini. Anzitutto Rossi. Per i quali va detto che nessuna regione, al pari del Piemonte, ha potuto contare, sulla stretta connessione fra agricoltura e istituzioni, che è come dire fra vino e politica.

Questo, anzitutto, grazie a uomini come Cavour, che non solo ha fatto l’Italia, ma ha aperto la via alle fortune vinicole della sua terra. Cavour s’intendeva di viti e faceva vini dei quali era orgoglioso. A cominciare da quel Barolo, il “re dei vini e il vino dei re”. Il celebrato Barolo ancora oggi diventa la cagione di due scuole di pensiero per la sua spiccata tannicità. Abbiamo così - da un lato - tre anni di affinamento per un vino deciso ma non troppo aggressivo; e, dall’altro, un Barolo più morbido e moderno, grazie all’uso della barrique anziché delle grandi botti. Il vitigno più diffuso in tutto il Piemonte (e non solo, perché è presente anche al Sud, nel Cilento) resta il Barbera, che diventa femmina quando si fa vino. Nel territorio delle Langhe (Alba), abbiamo Barolo, Barbaresco, Dolcetto, Grignolino e Freisa. Tra i Bianchi, il Cortese, l’Arneis e il Moscato.

Il Monferrato, invece, punta sul Barbera, Moscato d’Asti, Brachetto d’Acqui, Gavi (il vitigno è sempre Cortese ) Malvasia di Casorzo (anche Spumante), senza escludere Dolcetto, Freisa e Grignolino. Citare tutti i vini piemontesi e i relativi cru darebbe luogo a uno sterile elenco. Si pensi che le sole Doc sono quaranta. Senza tener conto che uscirebbe mortificata la notorietà e la storia di molti vini, spesso legata al più antico patriziato sabaudo. Tuttavia giova allungare un rapido sguardo sui Rossi, a partire dal Dolcetto, che è il vino più bevuto nelle Langhe. Un solo dato: l’80% della produzione è consumato in zona. Il nome purtroppo trae in inganno. Niente di amabile in questo vino, semmai, in tempi lontani, una vinificazione a bassi gradi, visto che era destinato soprattutto a dissetare i langaroli durante il lavoro nei campi. Il vitigno in purezza dà luogo a ben tredici denominazioni, fra le quali la più nota è quella di Alba.

Per il Grignolino, invece, l’areale privilegiato è quello di Asti e del Monferrato, dov’era conosciuto fin dal Medioevo come Barbesino. Il nome pare sia da ricondurre al termine “grigné”, che in dialetto indica i vinaccioli piuttosto abbondanti in quest’uva. E veniamo al Freisa, altro Rosso con ancora tredici denominazioni. Il nome, dal francese “fraise”, ci riporta al frutto del quale sopravvivono i sentori. Fino agli anni Ottanta è stato in genere vinificato in versione Spumante o “mossa”, per ottenere un vino beverino, abbastanza vicino al Lambrusco o alla Bonarda dell’Oltrepò. Oggi, invece, è un vino “fermo”, di buon corpo e piuttosto asciutto. È un’uva – al pari del Grignolino – piuttosto difficile da vinificare, anche se per genealogia è più legata al Nebbiolo. Dal quale però si differenzia per una maggiore presenza di tannini.

Dal 1990 viene poi prodotto il Gattinara Docg, uve Nebbiolo con un massimo del 10% di Vespolina e/o Bonarda. Il disciplinare prevede 24 mesi in legno e 36 per la Riserva. Sempre a base di Nebbiolo nasce il Ghemme Docg dal 97, un vino austero, di grande personalità. Per i Bianchi, un posto d’onore spetta all’Arneis, un vitigno originario del Roero, ma diffuso anche in Liguria e in Sardegna. Vino di spessore (oggi Docg), tanto da essere etichettato fino alla seconda metà dell’Ottocento come Nebbiolo Bianco.

 

 

I VITIGNI A CONFRONTO

 

Carlo Gancia e la risposta allo Champagne

Un discorso a sé merita la spumantistica piemontese. E qui è d’obbligo il nome di Carlo Gancia, che nel 1850 realizza uno spumante, da uve Moscato. L’Unità d’Italia è ancora da venire, quando questo signore di Canelli spezza il monopolio della Francia in fatto di spumanti Suo obiettivo è carpire giorno dopo giorno i criteri e i passaggi di quella complessa vinificazione, che i Francesi chiamano la Methode Champenoise. Indagine resa più complicata dal fatto che lo Champagne nasce, come base, da uve Pinot Nero e Chardonnay, un vitigno che non esisteva in Piemonte, e che Carlo pensa di sostituire con il Moscato. Operazione che lo impegnerà per oltre quindici anni.

Ma Carlo Gancia ha fatto di più: fa arrivare dalla Francia barbatelle di Pinot Nero e le impianta nella tenuta del Conte Vistarino, nell’Oltrepo. Di questa lunga ricerca sopravvive nel cuore delle Cantine Gancia, quella “polveriera”, che ha visto la nascita del primo Spumante. Il nome è legato al fatto che allora le bottiglie, non ancora perfezionate, scoppiavano spesso con grande fragore. Le Cantine Gancia – due chilometri di camminamenti, cunicoli, contrafforti, volte a crociera – sono state inserite dall’Unesco fra i siti Patrimonio dell’Umanità. Ma è la rete di piccoli e medi produttori, la forza della viticoltura piemontese.

 

 

Sotto i portici di Torino il Vermouth

Alla fine del Settecento il Vermouth di Torino – nato ad opera di Antonio Carpano, con mescita sotto i portici di Piazza Castello – non ha rivali. Vino aromatico, profumato con droghe ed erbe, assai gradevole, e soprattutto dal gusto del tutto nuovo. Sulla scia di Carpano, seguiranno Gancia, Martini, Cinzano, Ballor, mentre i fratelli Cora saranno i primi a esportare il Vermouth in America, nel 1838. Grazie a questa pattuglia di produttori – qualcosa a mezza strada tra il proprietario di vasti vigneti e l’aspirante imprenditore – il Piemonte, e non solo, deve la conoscenza dei nostri vini oltralpe.

 

 

UN CONSIGLIO

Già nell’Ottocento ai salami prodotti nelle valli Curone, Grue e Ossona venivano assegnati riconoscimenti internazionali