La nebbia sale lenta e la Langa si fa piena di luce perché è la dove l’occhio non vede che appare il chiarore. Accade questo traversando quella parte di Piemonte cara a Pavese, il cui neorealismo è tornato di attualità dopo che il Covid ci ha ricordato la finitezza delle cose, ripiegandoci all’indietro verso memoria e gesti dimenticati. Per questo un viaggio nella strada che porta a Santo Stefano Belbo può andare. Il filo conduttore è il vino, che a Pavese apparteneva nella sua accezione contadina ed evocativa («vendemmiare, sfogliare, torchiare») che ritroviamo anche (e non solo) nella «Luna e i Falò». Il racconto della terra, della morte, della luce nel buio, appunto, che portano anche certi vini naturali, fatti con le mani impastate di vigna. Si può dunque tornare alle origini andando a Barbaresco, in paese e in cantina: nella cascina di Olek Bondonio, dove si possono assaggiare vini di limpidezza purpurea in cui si può assaggiare la primavera floreale dell’autunno. Oppure in una piccola cantina a conduzione famigliare, la Fletcher wines: Dave Fletcher, australiano, ha acquistato in passato la vecchia stazione ferroviaria di Barbaresco trasformandola in cantina per produrre vini vergini dove la freschezza fa rima con purezza. Il paese è sospeso nella campagna rigata di vigne e, se salite sulla millenaria torre, potete ammirare il panorama fino ad Asti. Qui ovunque vi sediate bevete il territorio e mangiate terra e carne (raccomandabile casa Nicolini).

A Barolo la vigna è vertigine insoluta e sale dal borgo su per la collina e quando sei nel mezzo dei tralci si fa buio di foglie e vegetazione, come buio è il calice di Barolo Sarmassa della cantina Scarzello, i cui riflessi purpurei invitano al viaggio, alla selva balsamica. Un Barolo che ribalta i canoni, con vibrazioni mistiche come il territorio circostante suggerisce: come la cappella delle Brunate, come la chiesa di Barolo. Spiritualità e spirito con musei per scoprire tutto sui vini e sui tappi e dove potete soggiornare alla Giolitta, camere del 1800, cucina in comune e sala lettura perché qui il vino (e non solo) è cultura. Su per la Morra, vi lasciate Canelli, altro luogo pavesiano (lungo la strada che da Santo Stefano Belbo va a Canelli, nella bottega del falegname Scaglione, lo scrittore fece la conoscenza di Pinolo, il suonatore di clarino sui balli a palchetto delle Langhe, protagonista ne «La luna e i falò»), fino ad arrivare ad Alessandria, a Castelletto Merli: nemmeno cinquecento abitanti e una cantina vinicola urbana il cui vino di nome «L’equilibrista» emana bolle liquefatte di mineralità iodata. Tappa finale a Torino, alla Mole, al Museo del Cinema, nelle cioccolaterie, nella “città straniera” dove è morto Pavese e dove, a un tiro di schioppo, a Caluso, Ilaria Salvetti mette in bottiglia uno spumante neorealsta, che non sta al calice come i suoi simili, ma graffia e lascia un palato sanguinoso di fieno balsamico e zagara e vento, «che la vita è fatica e la natura riparo», come diceva Pavese.