Lazio
Lazio
Un viaggio nel Lazio è una caccia ai tesori. Tuttavia la vicinanza di una città di  smisurata magnificenza come Roma penalizza la conoscenza di tutto il fascino che si può trovare attorno. Viterbo e la Tuscia sono, dopo la capitale, i luoghi dove più che altrove si celano meraviglie del paesaggio, naturale e organizzato dall’uomo. Il dominio papale e l’insediamento della grande e media aristocrazia pontificia hanno prodotto un scenario fitto di dimore e vigne. La loro scoperta può iniziare a Palazzo Farnese e al suo giardino addossato alla collina di Caprarola e continuare al Castello Marescotti Ruspoli e alle sue siepi di bosso, alloro e viburno a Vignanello dove noccioli e castagneti sbracciano tra le vigne. Agli ordinati giardini all’italiana risponde il Sacro Bosco di Bomarzo, possedimento degli Orsini, dal gusto surrealista e mitologico. 
 
I secoli, le guerre e la febbre edilizia hanno mutato solo in parte Viterbo, dove il medioevo di pietra convive con il cemento presso il rione di San Pellegrino, uno degli esempi meglio conservati di antico quartiere italiano. Vi predomina la pietra arenaria detta peperino, grigia, tenera e adatta a ricevere decorazioni minute che abbelliscono palazzetti e case basse con scalinate che tagliano la facciata, piazzette e vie sormontate da archi. Intatto da secoli come il rito della Macchina di Santa Rosa, un baldacchino alto 27 metri, trasportato a spalla da 90 facchini forzuti vestiti di bianco e uniti da una fascia rosa la sera del 3 settembre. Fuori porta sosta d’obbligo al miracolo rinascimentale della Chiesa di Santa Maria della Quercia e a quello, naturale, delle terme selvagge di Bulicame, citate nell’Inferno di Dante. 
 
Puntando verso nord, una corona di vigne che danno l’Aleatico, tendente all’abboccato, e l’Est! Est!! Est!!!, dalla sottile vena amarognola, circonda Montefiascone. L’austera chiesa di San Flaviano contiene la tomba di un canonico morto, come dice l’epigrafe, proprio per una sbornia causata da Est! Est!! Est!!!. Come le altre città papali ricava la sua maggiore bellezza da una via lunga e serpentina che la percorre interamente offrendo alle svolte scorci imprevisti. Non è distante Bagnoregio, patria di san Bonaventura, borgo in altura che vive teso verso Civita, deliziosa frazione medievale in parziale abbandono in quanto smottano l’argilla e il tufo su cui è appoggiata. Da un versante il panorama si apre su calanchi tufacei dal colore cangiante dal viola al grigio, dall’altra si fondono vigne e uliveti. 
 
Anche i declivi di Bolsena sono coperti di ulivi e uve bianche fino al lago che ospita, ancora testimone Dante, le più prelibate anguille d’Italia, che si usa accompagnare con i vini briosi e amabili. Anche Gradoli, sormontato da Palazzo Farnese, si riflette nelle acque del pescoso lago vulcanico ed è luogo dove nascono i fagioli del Purgatorio, bianchi e rotondi. Il terreno tufaceo è adatto alla crescita dei legumi. Come nella vicina Onano, celebre per lenticchie tenere e gustose. In vista dei Monti dell’Amiata e sede dell’ex dogana pontificia è Proceno. Dopo la visita a Palazzo Sforza si batte la campagna alla ricerca dell’aglio, più volte eletto il migliore d’Italia.