Viaggiare è vivere. Non si discute, ma una riflessione s’impone. A partire da una considerazione che può sembrare ovvia, ma spesso la banalità aiuta: la vita, in primo luogo, è un viaggio che sappiamo quando è iniziato e non sappiamo quando finisce. Premesso questo, nei giorni scorsi, ascoltando la radio, mi ha colpito una frase che ho mandato a memoria. Recita così: «Rallentiamo per permettere all’anima di raggiungerci». Un detto africano, si diceva in trasmissione, e che si presta, aggiungo, a molteplici letture. Ognuno ha una propria idea di come mettere in pratica questo proposito. Penso che un buon modo di rallentare sia quello che prevede di provare a dare il giusto peso alle questioni quotidiane, anche sul lavoro, consentendo all’anima che ci accompagna, giorno dopo giorno, di riavvicinarsi. Anche imparando a dire ‘no’, come insegna lo scrivano Bartleby nel memorabile racconto di Hermann Melville. Non è facile dire no, perché siamo stati abituati a fare i compiti, possibilmente bene, sin da bambini. Per carità, la vita è anche impegno («prima il dovere», tuonava mio padre quando mi vedeva attratto da ludici piaceri), ma siamo certi che sia sempre opportuna questa incondizionata propensione all’agire? Risposta anche questa molto soggettiva ma, di certo, per dire no bisogna essere disposti a entrare in conflitto e, per evitare eterne discussioni spesso dannose solo per chi solleva la questione, finiamo per dire sì passando poi le giornate a rimuginare e, in definitiva, a farci del male. Non va bene. E il rischio è soprattutto uno: perdere di vista la propria anima e quindi il piacere di vivere il nostro viaggio. Quando accade è un danno per sé e per chi ci sta accanto. Ipoteticamente se tutti rinunciassimo a questa nostra fedele compagna che ci invita a riflettere, a dare un senso alle nostre azioni in funzione anche del prossimo, il pianeta andrebbe a rotoli. Beh, si potrebbe dire che ha già abbondantemente iniziato a farlo e non da ieri. Per quanto mi riguarda, non vorrei contribuire più di quanto già non abbia fatto e, ahimè, farò in futuro in modo più o meno consapevole. Per chiudere, rispolvero una frase in voga negli anni Settanta e che andrebbe riconsiderata: il privato è politico. In soldoni, ogni nostra azione contribuisce a scrivere il destino del mondo che è nostro, ma anche e soprattutto degli altri, quelli che per Jean-Paul Sartre sono l’inferno, ma un po’, a mio avviso, esagerava. Detto questo, ci si incontra sulla strada e, ça va sans dire, buon viaggio a tutti.