L'Italia delle terme
L'Italia delle terme

Rituale come ogni cerimonia che si rispetti: l’accappatoio, le ciabatte di gomma, un buon libro per riempire l’attesa tra un trattamento e l’altro. E la cognizione di causa: siamo fatti d’acqua almeno per il 60% e finiamo per averne perennemente bisogno per fare di un break salutistico in Italia, terra eletta del termalismo, l’occasione smart per combattere la ruggine del tempo che passa e sanare, oltre i guai corporali, anche le zavorre emotive e mentali. Un settore che ovviamente conserva la sua  funzione “curativa” riconosciuta anche dal Sistema Sanitario Nazionale, ma che ha visto crescere anche quella “ludica”, all’insegna di una tesi – “l’acqua guarisce il corpo ma anche i pensieri in affanno” – già apprezzata dai Romani e formalizzata tra ‘800 e ‘900 con le famose “ville d’eau”, prima appannaggio dei nobili poi delle classi medie e, infine, diritto per tutti. Ovvio, il mondo è cambiato, come certifica Federterme, voce autorevole di un settore che, nel 2019, registrava 325 stabilimenti termali attivi con un’utenza annuale di oltre 3 milioni di persone e una crescita esponenziale della clientela giovane. E la pandemia ha lasciato il segno: Federterme parla di una perdita del fatturato del 70% ma anche di un ruolo sociale di primo piano che il comparto sta avendo nella riabilitazione delle persone colpite dal Covid e nella somministrazione di vaccini. E se alcuni istituti termali, specie i più piccoli, condizionati dalle restrizioni sanitarie dovute alla pandemia, stanno alla finestra sperando di potere riaprire tra aprile e maggio, il termalismo italiano della crisi non è un termalismo in crisi, grazie alla capacità di unire, al rigore scientifico delle terapie un’indubbia arte dell’accoglienza. Del resto, è cosa nota: se l’acqua termale è fonte di benessere, la sua aspirazione a diventare anche un driver autorevole del turismo della felicità non è….acqua calda.