Chef Aurora Mazzucchelli
Chef Aurora Mazzucchelli

Sangue siciliano ed emiliano, passione mediterranea e rigore nordico. Gusti moderni e  intensi, sempre governati con eleganza e precisione. Da vent'anni Aurora Mazzucchelli è la cuoca del ristorante Marconi di Sasso Marconi, a pochi chilometri da Bologna, aperto dal padre Mario nel 1983. Stella Michelin dal 2008.

 

Aurora, un ricordo dei suoi Natali a tavola?
"Ho vissuto per anni un doppio Natale, avendo avuto un babbo bolognese e una mamma siciliana. Sono due tradizioni molto diverse. Hanno in comune il piacere di stare insieme in famiglia. Ricordo più la parte bolognese ed emiliana".

E quindi il piatto simbolo del suo Natale era il tortellino.
"Sicuramente il tortellino in brodo, il cotechino, il bollito misto. Facendo il brodo di cappone e di carni, poi si andava a mangiare il lesso. La lingua è un taglio che mio padre ci ha preparato fin da piccoli a Natale, a cena, quando il nostro ristorante era chiuso".

Avere un babbo cuoco, sempre molto impegnato nel lavoro, è stato un vantaggio o uno svantaggio?
"Tutto sommato è stato un vantaggio. All'inizio non è stato facile inserirmi nella loro organizzazione di cuochi e ottenere spazi e fiducia. La mia era una famiglia molto protettiva, mi vedevano sempre più piccola di quel che ero. Piano piano, dopo la scuola alberghiera, le cose sono cambiate". 

Quali ingredienti preferisce nella sua cucina natalizia e invernale?
"Sinceramente mi piace molto l'autunno. Amo una cucina morbida e fluida, i brodi di carne o di funghi, di zucca, le salse calde e un po' rotonde". 

D'inverno c'è anche la freschezza degli agrumi.
"Certo, con l'anguilla uso arance fermentate che danno un forte tocco aggiuntivo. Ho avuto in menù un gelato di aringa con succo di mandarino. Amo molto anche il melograno che dà sentori di freschezza diversi da quelli degli agrumi".

Che cosa non può mancare sulla sua tavola di Natale?
"I tortellini, di sicuro. Noi però siamo attenti al Capodanno almeno quanto al Natale. Ci sono riti e abitudini di Capodanno che mia madre sente molto:  i mandarini, i tre chicchi d'uva portafortuna, le lenticchie di mezzanotte, la frutta secca".

Da questo anno maledetto che lezione può trarre un ristoratore?
"La seconda ondata di Covid è stata ancora più dura e psicologicamente difficile. Siamo abituati a rigenerarci, a reinventarci, ma non è facile trovare le idee giuste per andare avanti. Capisci quanto sia importante la voglia di condividere, di accogliere e ospitare con calore. Ora purtroppo devi trattenerti, devi pensare a ogni gesto che fai. Questo mi pesa".

Il suo dolce delle feste?
"Qui da noi abbiamo il certosino, anche se per me è legato a un ricordo un po' strano. Compio gli anni tra Natale e Capodanno. Da bambina, mio padre usò un certosino con una candelina rosa come torta di compleanno. Ci rimasi male. Col certosino mi sono riconciliata molti anni dopo. Ora lo preparo anche, e mi piace. Come pure il panettone".

Con che cosa brinderà?
"Il nostro brindisi di famiglia a Natale è un pò strano. Ci troviamo la notte della vigilia, dopo il servizio. Facciamo una doccia, ci mettiamo in pigiama e ci scambiamo i regali. Tagliamo un pandoro e un panettone, mio fratello Massimo apre uno champagne, ma a tavola c'è anche il latte. È un miscuglio un po' insolito, ma ci fa stare bene".