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In vino veritas, il nettare della fede: l’alcol in abbazia ha anche un richiamo forte al vino

Dall’Alto Adige ai Colli Euganei. In Liguria, un Vermentino sapido e appagante viene prodotto in un antico monastero di Loano. A Monte Oliveto Maggiore di Asciano, in mezzo alle Crete Senesi, ecco un altro esempio Doc

Le birre, certo. Quelle belghe dei trappisti, le più famose. I liquori, e qui si va forte anche da noi tra amari e chine, elisir e gocce imperiali, gemme d’abete e anisette e chi più ne ha più ne metta, non c’è chiostro senza i suoi bravi alambicchi e il suo bravo frate distillatore. Ma l’alcol in abbazia ha anche un richiamo forte al più nobile prodotto della campagna: il vino. Che d’altro canto ha il suo sigillo sacrale fin dai tempi di Noè, per non parlare poi della consacrazione cattolica a sangue divino. Un rapporto antico, insomma. Di vini eccellenti prodotti nelle abbazie si parla da almeno un millennio, se non di più, perché la regola ‘Ora et labora’ di San Benedetto è ancora più antica: e se la filosofia resta da secoli quella del prodotto naturale, è anche vero che in diverse abbazie il pensiero si è evoluto, e si è arrivati a dotare le cantine delle più moderne attrezzature.

Gli esempi si sono moltiplicati. Al punto che di recente si è tenuto – a Fossanova, nel borgo di Priverno, provincia di Latina – un summit dal semplice e chiaro titolo ‘Vini d’abbazia’, per raccontare il ruolo che le comunità monastiche hanno avuto anche per la salvaguardia di vitigni a rischio di estinzione.  E’ il caso dell’abbazia di Praglia, nei Colli Euganei a 15 chilometri da Padova e a 5 da Abano Terme.  Monastero benedettino, nemmeno a dirlo, è la cifra ricorrente. Storia millenaria, e il metodo, come spiega l’abate Stefano Visentin, 63 anni, da tre alla guida, “è sempre quello: massimo rispetto per la pianta, il frutto, la lavorazione del vino. Ma dal 2011 lavoriamo in ambienti rinnovati, una nuova produzione aggiornata grazie a nuove tecniche, tecnologie e macchinari”. Tradotto: 10 ettari di vigne allevate a 4.500 ceppi per ettaro in pianura e in collina fino al Monte della Madonna, che alla fine danno 50mila bottiglie in 12 etichette diverse: non manca il prosecco, per forza, siamo in Veneto, ma c’è un gran lavoro di rilancio di uve autoctone come il Raboso del Piave, un rosso imbottigliato in purezza (una versione anche passito) ma vinificato pure in bianco per farne uno spumante extra brut, le bollicine sono un fiore all’occhiello dei frati, un altro must è il Fior d’Arancio Docg Colli Euganei, Moscato giallo che dà un piacevole spumante dolce ma viene vinificato anche fermo, e bello secco.

Una bella tradizione, quella dei vini monastici, resiste in Alto Adige.  L’insegna più celebre è l’Abbazia di Novacella nei dintorni di Bressanone, ma alle porte di Bolzano ecco l’abbazia di Muri-Gries, un’altra importante griffe dei vini sudtirolesi con le sue 650mila bottiglie prodotte oggi – anche se la cantina-convento risale ad almeno otto secoli fa – dai monaci benedettini arrivati a metà Ottocento a Gries da Muri, cittadina svizzera: 35 ettari di filari famosi per un grande Lagrein, il Klosteranger, etichetta top di un’azienda che manda sul mercato 17 vini di cui 8 rossi, 8 bianchi e un rosato.

Un solo vino, ma si tratta di un Vermentino sapido, polposo e appagante, è quello prodotto dai Carmelitani Scalzi del seicentesco monastero di Loano, in Liguria.  Di tre secoli più vecchia, e siamo in Toscana, è invece l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore ad Asciano, in mezzo alle Crete Senesi. Dove i fratelli olivetani, quindi anch’essi benedettini, fanno vino dal 1400, lo testimoniano lettere del monaco Francesco dei Malevolti: cinque ettari e mezzo, vigne rinnovate nel 2002, cantina con tini di acciaio ma anche tonneaux e barriques per vini importanti e strutturati, ne escono 10 e fanno in tutto 50mila bottiglie. Uno solo invece è il Ciliegiolo La Grancia, meno di 3500 bottiglie, prodotto dai benedettini del recente Monastero di Siloe a Cinigiano, poco distante dal Monte Amiata.

E infine, il tocco femminile. Quello delle 75 monache trappiste del convento di Vitorchiano, nella Tuscia viterbese: lavorano di buona lena e buona tecnica, trattori compresi, 33 ettari di campi da cui ricavano ben 25 gusti di marmellate e confetture, e 24 mila bottiglie di due vini bianchi uno dei quali fermenta 15 giorni sulle bucce.

Particolare significativo, tutte le abbazie e i monasteri vendono anche online. Perché ora et labora, certo, ma impara anche l’arte del commercio.