Dai Fenici la Vernaccia di Oristano
La Vernaccia di Oristano ha origini fenicie ed è allevata ad alberello. Circa le origini del nome, in Sardegna trova credito la matrice latina (vernacula), nel senso di originario del luogo. Più certa, invece, è l’epoca in cui il vino comincia a essere prodotto, visto che nel 1390 un Bianco di Oristano viene esportato in Spagna. La Vernaccia di Oristano si avvale di particolari fasi di lavorazione, che spesso hanno poco in comune con le più avanzate tecniche enologiche. Dopo la pigiatura, infatti, il mosto fermenta in vasche o in grandi botti, per passare – dopo i travasi – in piccole botti di castagno dalle doghe piuttosto sottili, un tempo costruite dagli artigiani di Santu Lussurgiu. I contenitori vengono riempiti al 90% per favorire la lenta evaporazione dell’acqua presente nell’uva. Le cantine, poi, sono costruzioni basse, ricoperte di cannicciato e tegole, con temperature estive abbastanza alte. Sono questi gli ambienti nei quali si creano le condizioni per lo sviluppo di quel lievito (la “fior”), che forma un velo sulla superficie del mosto e favorisce quel processo di ossidazione che dà una precisa identità al vino.

Vignaioli e pastori, pace fatta
C’è stata per secoli un’antica rivalità – oggi del tutto scomparsa – fra il contadino-vignaiolo e il pastore. L’uno impegnato a tutelare le sue viti, l’altro sempre alla ricerca di erba per il suo gregge. Una coabitazione difficile, tenuta insieme dalla necessità per entrambi di vivere sullo stesso territorio. La presenza dei pastori risale alla civiltà nuragica (da Nur, cioè convesso e concavo al tempo stesso, com’era la struttura delle costruzioni), che già nel Seicento vantava oltre un milione di pecore. Il vino, invece, benché altrettanto antico, ha stentato a farsi strada anche all’interno dell’isola stessa. A Cagliari o ad Olbia era possibile imbarcare botti e damigiane, ma lontano dai porti la distribuzione era solo locale e assai ristretta. Pausania descrive la Sardegna come “l’isola più grande (ma il primato spetta alla Sicilia), felice e ricca del Mediterraneo”. Certo, duemila chilometri di costa in uno scenario fra i più suggestivi, non è cosa da poco. Ma a contraltare, non vanno trascurati i massicci isolati, i brevi altipiani, il dolce andamento delle colline.

Vigna rubata e la mano è tagliata
Il vigneto è parte integrante del paesaggio sardo. Dove la viticoltura ha sempre avuto un ruolo importante nella storia dell’isola. Fin dalle sue origini. Che risalgono alla Vitis vinifera, non importata dai Fenici, ma da sempre sull’isola come pianta selvatica. Così, le varie invasioni, si sono limitate all’arte dell’innesto, alla gestione delle vigne e ai primi rudimenti per la conservazione del vino. Un prodotto tenuto sempre in grande considerazione, anche durante gli anni dell’Islamismo arabo. Si pensi che ancora nel Trecento la Carta di Logu prevedeva il taglio della mano destra per chi spiantava una vigna. Che tanta storia abbia largamente influenzato la letteratura, è piuttosto comprensibile. L’equilibrio e le sensazioni gustative dei vini sardi sono stati così accostati ai tessuti - ricchi di colori e di preziosi ricami – dei costumi tradizionali. I quali sono in buona parte presenti ancora oggi all’interno dell’isola, dove la macchia mediterranea, sferzata dal maestrale, profuma l’aria di mare.