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Colli Euganei, la bellezza salvata dalle ruspe


Un parco letterario dedicato a Francesco Petrarca, una costellazione di antichi borghi celebrati da Foscolo, che vi scrisse “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, Lord Byron e Shelley. Un paesaggio disegnato da colli e vigneti, e poi le terme, con i fanghi famosi fin dai tempi dei Romani. Tutto questo cinquant’anni fa ha rischiato di scomparire. Oggi al posto delle ruspe e del cemento sono rinati i fiori e il paesaggio dei Colli Euganei, a pochi chilometri da Padova, si prepara a sostenere l’avventura della candidatura a Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Scampati alle cave

Eppure ci è mancato poco. Ben diverso era il paesaggio di chi si recava da queste parti sul finire degli anni Sessanta. “Il Monte Ricco di Monselice è come un dolce nuziale scucchiaiato da tutti i suoi fianchi da avidi commensali”, scriveva il giornalista Paolo Monelli descrivendo il paesaggio martoriato dalle cave, con i cementieri che distruggevano colle su colle uno degli angoli più belli della penisola, per ricavarne pietra che finiva nelle strade o veniva utilizzata per rinforzare gli argini del Po. I giornali (scese in campo anche “Il Giorno”) diedero un contributo importante alla battaglia per fermare la distruzione, la cui vittoria fu sancita dalla legge 1097, la prima in materia di tutela dell’ambiente approvata dal Parlamento Italiano. Mezzo secolo fa proprio in questo periodo la legge Romanato-Fracanzani pose fine a un disastro ambientale quantificabile in oltre 70 cave attive e 600 milioni di materiale estratto ogni anno, con tre cementifici che davano ai Colli Euganei il triste primato della più alta produzione di cemento per chilometro quadrato del mondo. Diciotto anni dopo sorse anche il Parco Regionale dei Colli Euganei e dallo sfruttamento dei decenni precedenti si passò finalmente alla tutela.

Monselice e Montagnana

Qualche ferita è ancora visibile sui fianchi del Monte Ricco (un tempo chiamato Vignalesco) e sulla stessa Rocca di Monselice, la città murata, che lungo il versante sud conserva importanti monumenti, come la scenografica salita del Santuario giubilare delle Sette Chiese, che durante l’Anno Santo vale l’indulgenza per effetto di una bolla papale del 1605; e poi Villa Duodo, la Chiesa di San Giorgio con le reliquie, il Castello Cini e, in cima, il mastio fatto erigere da Federico II. Monselice conserva numerose vestigia storiche anche nella parte bassa: piazza Mazzini, la elegante Villa Pisani di scuola palladiana, i vicoli, il porto fluviale. Anche il borgo medievale di Montagnana è famoso per le sue mura, perfettamente conservate, chiuse dal Castello di San Zeno e dalla Rocca degli alberi.

Arquà Petrarca

Mi sono costruito sui Colli Euganei una piccola casa, decorosa e nobile; qui conduco in pace gli ultimi anni della mia vita, ricordando e abbracciando con tenace memoria gli amici assenti o defunti”. Così scriveva nel gennaio del 1371 Francesco Petrarca in una lettera. Oggi Arquà è uno dei più bei borghi storici d’Italia, fra i colli conici così somiglianti a piccoli vulcani, tra vicoli ordinati, case in pietra viva, alberi di giuggiole e tralci di vite.

Qui il poeta aretino, ormai anziano e malato, trascorse gli ultimi cinque anni della sua esistenza. Vi arrivò nel 1369, accogliendo l’invito del signore di Padova, Francesco I da Carrara, che gli donò un terreno in un villaggio tranquillo circondato da colline tappezzate di vigneti. Qui le giornate scorrevano in compagnia del figlio e della moglie, della nipotina Eletta e della gatta. Qui Petrarca trascrisse il “Canzoniere” e lavorò al “De Viribus Illustribus”, fino alla morte, che lo sorprese alla vigilia del suo compleanno secondo la leggenda durante la lettura di Virgilio. Oltre alla casa, c’è un borgo tutto da scoprire, dominato dalla piazza di fronte alla parocchiale di Santa Maria Assunta. In questa piazza campeggia la grande tomba, oggetto di manomissioni e trafugamenti: persino il cranio del poeta fu rubato e sostituito con un altro.

Este e dintorni

Un altro borgo storico da non perdere è Este. La visita non può prescindere dal Castello Carrarese con le sue mura ben conservate, il Museo Nazionale Atestino che documenta la civiltà dei Paleoveneti, la Torre della Porte vecchia, la elegante piazza,Villa Contarini. Sopra il borgo sono ancora visibili le ex gigantesche cave che hanno sfregiato il Monte Cero.

Meritano una visita anche il piccolo borgo di Cornoleda, oltre a Vo’, terra di vigneti (balzata all’onore della cronaca per la prima zona rossa e la prima vittima da Covid), e ancora Teolo con la Loggia di Vicari, e l’abbazia benedettina di Praglia, centro di restauro de libro, il castello del Catajo, Battaglia e il Museo della navigazione interna, uno dei più importanti d’Europa, documenta la civiltà dei barcari: da qui partivano per Venezia le pietre cavate dai colli, compresa la preziosa trachite. Ultima tappa, il castello di Lispida, che ospitò re Vittorio Emanuele III durante prima guerra mondiale (il generale Diaz era ad Abano). Gabriele D’Annunzio partì dalla vicina San Pelagio per il suo volo su Vienna.

Al castello di Lispida il conte Corinaldi imbottigliò il primo vino che vinse un premio internazionale, a Parigi Expo 1900. Oggi questa terra produce grandi Doc e Docg, i grandi rossi bordolesi del versante sud (Baone, Arqua) e il Fiordarancio spumante e passito, ora pure in versione secca.

Le terme

Abano Terme e Montegrotto Terme sono il luogo ideale dove soggiornare. Con oltre 100 alberghi e 3 milioni e mezzo di presenze l’anno, Abano, nata su una zona vulcanica spenta, rappresenta infatti uno dei principali centri termali europei, con turisti che oltre ad apprezzarne la buona tavola (compresi i vini Dop dei Colli Euganei), vanno matti per i fanghi dalle note proprietà antinfiammatorie, che curano e prevengono malattie che vanno dai reumatismi all’osteoporosi. Fanghi famosi fin dai tempi dei Romani, quelli provenienti per esempio da un laghetto ad Arquà Petrarca. Tutti gli hotel sono dotati di spa e centri benessere.

Vino e tavola

Tante le trattorie e i ristoranti tipici. Soste rinomate a La Montanella di Arquà, all’antica trattoria Ballotta di Torreglia (dal 1605), Al Sasso, e fra le trattorie il Venier di Baone e Da Mario a Monticelli, vicino a Lispida. Piatti tipici la gallina padovana in insalata con i pinoli, lo stracotto di asino, il risotto con asparagi di Pernumia, il galletto ai ferri, il pasticcio con la cipolla, le tagliatelle con i piselli di Baone. E ora il recupero dei Bigoli di Monterosso, piatto tipico della tradizione contadina veneta, che affonda le sue radici addirittura nel Seicento e che rappresenta l’ospite d’onore di una sagra consolidata. Sono stati brevettati nel 1604 da un padovano, Bartolomeo Veronese, che riuscì ad ottenere la “patente” per un macchinario da adibire alla lavorazione della pasta usando frumento locale: si trattava del “bigolaro”, da cui questa specialità prese il nome.