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Campomaggiore, la città dell’utopia nel cuore delle Dolomiti Lucane


Fa capolino quasi con discrezione. Eppure, le tracce di Campomaggiore vecchio (Potenza), che spunta all’improvviso nel cuore delle Dolomiti lucane, sono ancora visibili. E raccontano un passato glorioso.

Qualcosa di più del solito museo a cielo aperto (che poi sono quasi tutti i paesini della Basilicata: basti pensare ai vicini Pietrapertosa e Castelmezzano). Tra una casa e l’altra dell’antico borgo, distrutto da una frana nel 1885, risuonano ancora le voci degli abitanti. E s’intravedono le impronte della loro operosità ingegnosa. Ma, soprattutto, di un’idea rivoluzionaria.  La parte nuova della cittadina è a pochi chilometri di distanza. Un copione – vecchio e nuovo che si osservano da lontano – che da queste parti si ripete ossessivamente. E il vecchio sarebbe rimasto un ammasso polveroso di ruderi e rimpianti, se non fosse stato per la testardaggine del parroco don Peppino Filardi, che tra la fine degli anni Settanta e Ottanta volle rimettere insieme i cocci di ciò che Campomaggiore era stato un tempo. Le amministrazioni comunali succedutesi nel tempo lo hanno seguito. Et voilà: oggi Campomaggiore è un gioiello scenografico che lascia di stucco.

Prima, però, conviene fare un passo indietro. Il borgo venne fondato nel 1741 con un atto notarile sottoscritto da Marianna Proto, vedova del conte Rendina (il feudo, abbandonato, era stato già acquistato nel 1673. L’idea era quindi di ripopolarlo). E il tutto nacque col marchio di un patto: a chi stabiliva la propria dimora venivano concessi un lotto di venti palmi per la costruzione della casa e della terra da coltivare, assieme ad altri benefici. I coloni in cambio erano tenuti a versare una serie di tributi, in natura o denaro. I Rendina si diedero da fare. Teodoro, nipote di Marianna, verso la fine del 700’ immaginò un sistema viario a scacchiera e fece realizzare una serie di edifici simbolici: il palazzo baronale, la caserma dei carabinieri Reali, la piazza dei Voti, il municipio, la chiesa parrocchiale.

E le botteghe. Una di queste è l’antico forno del pane. Una città ideale insomma, anzi dell’Utopia, come venne ribattezzata (e così viene ricordata anche in alcuni spettacoli a cielo aperto all’interno del borgo). Il progetto era ambizioso. Ma funzionò. Gli iniziali ottanta abitanti diventarono 1.525. Poi arrivò la frana, e con essa il rischio dell’oblio, per fortuna spazzato via da una lenta ma effettiva rinascita. Chi oggi volesse farsi una passeggiata all’interno di Campomaggiore, potrebbe ricostruirne tutti i segreti senza difficoltà. Merito dei pannelli esplicativi che accompagnano ogni luogo presentandosi come suggestivi fumetti. Dal 2018 è inoltre disponibile un percorso narrativo, tutto da ascoltare, a cura del poeta Davide Rondoni. Ed è bello farlo specialmente nella magnifica area adibita a parco giardino (uno dei tanti progetti portati avanti negli anni), che accompagna il visitatore all’interno di ciò che resta delle case e dei sogni di chi le abitava.

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Da Craco e Taccone. Dove il tempo si è fermato

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la Basilicata ha assistito a un vero e proprio abbandono dei suoi paesi più remoti. Una tendenza che, fortunatamente si sta invertendo ai giorni nostri, con la riscoperta e la valorizzazione di questi angoli di Paradiso del Sud Italia. La storia di Craco è un po’ diversa poiché i residenti sono stati costretti ad andarsene in seguito a eventi naturali catastrofici (frana, alluvione e terremoto), dunque da cinquant’anni questo affascinante borgo è diventato fantasma e si può visitare ciò che resta attraverso un percorso in sicurezza realizzato dal Comune. Sempre nella provincia di Matera, il paese medievale di Alianello, ha subìto più o meno la stessa sorte. L’agglomerato urbano su uno sperone roccioso è stato abbandonato per colpa del terremoto del 1857 che rese il borgo inagibile e costrinse gli abitanti a riparare altrove. A pochi chilometri da Irsina, si trova invece Taccone, un paese non proprio disabitato ma che conta solamente una trentina di famiglie. Da visitare perché qui il tempo si è davvero fermato.