Calici di qualità sotto il Vesuvio

Il grande lavoro dei vigneron inizia a dare ottimi frutti e i vini campani sono entrati nell’uso comune

In principio fu il Falerno, anzi il Falernum, e doveva essere un gran vino, una sorta di “grand cru” ante litteram se è vero che tutti i grandi autori latini – da Cicerone a Orazio, da Virgilio a Vitruvio, da Catullo a Tito Livio – ne cantarono elogi, e a Pompei, avverte una scritta ritrovata negli scavi, si beveva per un asse, ma per avere Falerno ce ne volevano quattro. Poi, si sa, col tempo anche le cose migliori finiscono all’italiana, e già Plinio (scomparso nell’eruzione del Vesuvio) lamentava che quel gran nettare era ormai “in mano a gente che bada più alla quantità che alla qualità”.

Ma il Vigneto Campania dei nostri giorni ha fatto, ormai da qualche anno, il percorso inverso. Merito dei vigneron, di chi ci mette il lavoro e la faccia, e mi piace ricordare Antonio Mastroberardino e Leonardo Mustilli, Ciro Picariello e Pellegrino (e Antonio) Capaldo con i fratelli Ercolino, e alcune donne determinate e brave come Marisa Cuomo, Elena Martusciello, Clelia Romano, Daniela Mastroberardino, e chissà quante e quanti ancora. Personaggi, i vignaioli, che hanno ricreato un mondo di qualità alta, se non addirittura altissima: 24mila ettari a produrre quasi 2 milioni di ettolitri di vino in cinque zone (con varie sottozone) che danno 4 docg, 15 doc e 10 igt. Numeri, per una geografia di grande interesse, con il Sannio che concentra quasi la metà della produzione.

E sono vini ormai entrati nell’uso di tutti, vai fuori a mangiare pesce e senti che la maggior parte ordina un Fiano di Avellino o una Falanghina tra i bianchi, ma non è raro veder comparire su un tavolo un Taurasi, o un Aglianico, e dopo millenni torna anche il Falerno, la doc è Falerno del Massico e si coltiva e si vendemmia tra Mondragone e Sessa Aurunca, insomma nel nord della Regione. Ma non si possono dimenticare il Pallagrello, perla dell’Alto Casertano, e la Biancolella, gioiello di Ischia. E già che siamo a bere, faremmo un torto alla Campania se non ci ricordassimo del suo liquore più famoso: il limoncello, icona di Sorrento e memoria del mare.

LA LEGGENDA

Le lacrime di Cristo nel bicchiere

Narra la leggenda che Dio, riconoscendo nel golfo di Napoli un lembo di cielo strappato da Lucifero nella vertiginosa caduta verso l’inferno, pianse. E dove caddero le lacrime, sorsero viti. Ecco perché sul Vesuvio nasce un vino che si chiama Lacryma Christi. E c’è perfino un’altra, cattolicissima versione sull’origine del nome di “questo sacro, antico vino”, come lo lodò Malaparte: Cristo in persona avrebbe trasformato in nettare eccellente un vinello da poco prodotto da un eremita che era andato a visitare.

ISCHIA

L’isola e la Coppa di Nestore

Per superficie non è tra le più grandi delle isole italiane, solo all’ottavo posto con i suoi 46 km quadrati, benché invece al terzo posto dopo le irraggiungibili Sicilia e Sardegna per popolazione. Ma l’uva e il vino a Ischia sono un affare serio. E da molti secoli: la Coppa di Nestore, il più importante reperto archeologico dell’isola, dimostra che a Ischia il vino si faceva già quasi tremila anni fa. E le sue uve autoctone, la Biancolella e il Piedirosso e poi la Forastera, hanno viaggiato a piantarsi per mezzo Mediterraneo.

RAVELLO

Quegli antichi banchetti di villa Rufolo

Anche Giovanni Boccaccio, nel Decamerone, ricorda i lauti banchetti che si tenevano in quel luogo incantato che è Ravello, nella magia della Villa Rufolo, principesca magione di una famiglia che fu per due secoli simbolo della potenza della città. Già allora in quei banchetti si bevevano vini da filari coltivati, come del resto gli agrumeti, strappando terre a terrazze a picco sul mare. Oggi quei vini hanno la Doc, Costa d’Amalfi: e tra i più pregiati si bevono quelli della sottozona Furore: con la sua azienda, Marisa Cuomo ne è tra gli interpreti più rappresentativi.

PONTELATORE

Il rudere e la vite

Rosso rubino brillante, bouquet ampio e complesso con profumi che vanno dalla ciliegia matura al cuoio, dalla liquirizia alle spezie. Un vino eccellente, insomma, che magari non moltissimi conoscono ma che si sta imponendo come squisito prodotto di nicchia, e da 10 anni ha la Doc. Eppure, se non era per un contadino che trovò un grosso ceppo di vite scampato alla fillossera intorno a un vecchio rudere e decise di ripiantarlo, il Casavecchia di Pontelatone non avrebbe visto la luce. Né il nome, appunto “l’uva ‘e chella casa vecchia”.