Ascoli Piceno, salotto d’italia e vere giostre
Ascoli Piceno, salotto d’italia e vere giostre

La risposta alla domanda perché venire a visitare Ascoli? Semplice, è imperdibile, un vero e proprio tesoro nascosto. Piazza del Popolo, salotto cittadino e – secondo qualcuno – nazionale, su Google Maps conta 7.700 recensioni con un giudizio di 4,7 stelle su 5. Le stesse dei quasi 800 visitatori che hanno lasciato un commento per la cattedrale di Sant’Emidio che domina l’altro luogo simbolo, piazza Arringo. 


L’imponente Forte Malatesta, pur con meno visitatori registrati, 4,5 stelle. E così via per tutte le attrazioni (tante, tantissime per una città di 50mila abitanti) di un centro storico che, più di mezzo secolo fa, conquistò anche Jean-Paul Sartre. A parlare è la sua ‘recensione: “Passeggiare per le strade di Ascoli – scrisse – equivale a sfogliare a caso un libro di storia dell’arte italiana”. 


In realtà i vicoli ascolani di cui parla Sartre si chiamano, caso unico nella toponomastica italiana, ‘rue’. La loro fitta trama taglia il travertino del centro storico creando un reticolo diviso in sei parti che altro non sono che gli storici quartieri protagonisti, in estate, della giostra della Quintana, i cosidetti ‘sestieri’: Porta Romana, Piazzarola, Sant’Emidio, Porta Solestà, Porta Tufilla e Porta Maggiore. Ognuno con le sue chiese, i suoi palazzi, gli architravi con le iscrizioni latine, i ponti sui fiumi Tronto e Castellano. Ognuno, soprattutto, con le sue torri medioevali. Simboli del potere delle famiglie che le facevano erigere, erano circa duecento prima che Federico II, nel 1.242, ne fece abbattere quasi la metà. Oggi ne sopravvivono una cinquantina. 


Ascoli non è solo storia ma anche arte: imperdibili, tra gli altri, la Pinacoteca, la galleria d’arte contemporanea intitolata a Osvaldo Licini e il museo dell’alto medioevo che accoglie alcuni dei corredi in oro rinvenuti nella necropoli longobarda di Castel Trosino, meraviglioso borgo alle porte della città. Ad Ascoli c’è questo. E molto, molto altro. Venire per credere.