Wildt: busto di Mussolini
Wildt: busto di Mussolini

Parigi, 21 maggio 2015 - Parigi scopre l'arte italiana dei primi decenni del secolo scorso. Con ben due mostre il Musée d'Orsay e il Musée de l'Orangerie, tra i  maggiori spazi espositivi francesi (e non solo), esplorano il nostro Paese in un excursus che comincia dal 1900 per concludersi prima del secondo conflitto mondiale. Il 'Liberty', dunque, nelle sue caratteristiche nazionali, e poi il Futurismo, la pittura 'metafisica' di De Chirico, il Realismo di Felice Casorati, il classicismo di Giò Ponti, il razionalismo fascista, fino alle opere astratte di Fontana e Melotti. Ci sono 40 anni di storia italiana al quinto piano del Museo d'Orsay raccontati non solo attraverso la pittura, ma anche grazie a oggetti di arredamento come sedie, scrivanie, portafiori, credenze, vasi di vetro e coppe di porcellana, abiti, sculture, radioline e persino macchine da scrivere che testimoniano un' epoca che ancora talvolta affiora nei nostri ricordi. 

Ed eccoli lì in vetrina i 'tinelli' dei nostri bisnonni più ricchi, i servizi da caffé tenuti gelosamente chiusi nei mobili a vetri dei salotti, i vasi soffiati a Venezia, sogno di tutte le nostre nonne ed emblema del raggiungimento di un'ambita classe sociale. Ed ecco anche lui, il 'Dux', quel Benito Mussolini che voleva emulare gli imperatori romani e che invece ha portato lacrime e sangue non ancora dimenticati. Renato Bertelli, scultore fiorentino ed esponente del Futurismo toscano lo immortala in un 'Profilo continuo', creazione di maiolica in vernice nera che ci dona le linee della testa calva, naso, labbra e mento dell'allora amato Duce da qualsiasi punto di osservazione lo si guardi. Niente poteva essere meglio accolto dal regime, che infatti lo fece brevettare e riprodurre in serie con dimensioni diverse e in differenti materiali per le varie 'Case del fascio' sparse in tutto il territorio nazionale.

Un altro pathos è racchiuso nel busto in bronzo di Mussolini creato da Adolfo Wildt per la 'Casa del fascio' di Milano. Allo scultore lo aveva commissionato Margherita Sarfatti, giornalista e biografa del duce, nonché una delle sue amanti, e lo scultore la eseguì da una fotografia, senza averlo mai incontrato di persona. "Mi complimento con lei, non per me, ma per l'arte intera", disse Mussolini a Wildt il giorno dell'inaugurazione, compiacendosi dell' aspetto fiero e incisivo che emergeva dal suo ritratto. E da quel momento quel volto dai tratti esagerati e anche un po' caricaturali, divenne uno dei mezzi della propaganda fascista, riprodotto in più occasioni. Così esaltato da diventare un simbolo, tanto che sul busto di bronzo oggi in mostra sono evidenti una serie di ammaccature, frutto della rabbia post bellica, quando la statua­simbolo venne ripetutamente colpita da oggetti contundenti. D'altronde lo stesso Wildt ha subìto le conseguenze di questo suo essere caro al regime fascista finendo quasi per scomparire nella seconda metà del Novecento. 

Con 60 sculture, disegni, medaglie e vecchie fotografie di opere scomparse o inamovibili, il museo dell'Orangerie dedica all'artista una retrospettiva ('Adolfo Wildt. L'ultimo simbolista') che ripercorre la sua carriera in una logica cronologica. Artista solitario, tormentato dalla sua stessa personalità, lo scultore milanese si è messo sulle spalle l'intera lezione dei grandi maestri, da Michelangelo a Rodin, da Carlo Crivelli a Cosmé Tura, per proseguire in un linguaggio distante sia dalla tradizione che dalle avanguardie dei suoi tempi. Ma se con Wildt l'attenzione si è focalizzata su un pezzo del panorama nazionale del secolo scorso, è invece sul fermento dei primi decenni del Novecento che ha puntato la lente, appunto, il museo d'Orsay, decenni in cui la tradizione artigianale e artistica si fusero, facendosi interpreti del desiderio di progresso di una nazione che da poco tempo aveva conosciuto l'unità. Dalla collaborazione di ceramisti, maestri vetrai, ebanisti con i maggiori artisti del tempo si forma uno stile tutto italiano che la nascita del fascismo condizionò soltanto in parte. E' quanto sostengono gli organizzatori della mostra, Guy Cogeval, Beatrice Avanzi, Irene de Guttry e Maria Paola Maino nella loro esposizione e nel catalogo edito per i tipi di Skira. "Come è possibile che una creatività eccezionale possa esistere in una nazione che corre verso la catastrofe?", scrivono. "Una 'dolce vita' è dunque esistita prima che Federico Fellini rendesse celebre questa espressione negli anni Sessanta?"

Da questa domanda nasce il titolo della mostra, "Dolce Vita? Du Liberty au design italien", che resterà aperta fino al 13 settembre.  Ecco la  risposta degli stessi curatori: "Le arti decorative di questo periodo, dai mobli eccentrici di Carlo Bugatti fino alle sorprendenti sedie rosse di Marcello Piacentini, passando attraverso gli oggetti stravaganti dei Futuristi, evocano una creatività gioiosa, una capacità di invenzione senza limite, ma soprattutto definiscono questo carattere italiano che distingue ancora oggi il 'design', la moda e l'arte". Ma una nuova domanda si impone per il futuro: il paradosso dell'ottimismo salverà ancora gli italiani? O addio Dolce Vita?  La mostra "Dolce Vita? Dal Liberty al design italiano" si sposterà da Parigi a Roma (Palazzo delle esposizioni) dal 15 ottobre al 17 gennaio.