Le religiose uccise in Yemen
Le religiose uccise in Yemen

Roma, 13 marzo 2016 - "Insieme viviamo, insieme moriamo con Gesù, Maria e la nostra Madre". Sono le ultime parole scritte dalle quattro Missionarie della carità, la congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta, trucidate nello Yemen da un commando di fanatici islamisti. Nell’assalto erano morti anche dieci dipendenti della Casa di accoglienza che ospita i cittadini più poveri di Aden, in gran parte anziani e disabili. La madre superiore del convento riuscì, invece, a salvarsi. Davanti a tanta barbarie e alle immagini dei corpi straziati, anche papa Francesco aveva confessato di sentirsi «sotto choc». E adesso emergono particolari che confermano lo stato di profonda angoscia in cui avevano vissuto le missionarie negli ultimi mesi, sostenute da una fede incrollabile nonostante la consapevolezza del pericolo.

A rivelarli è suor Serena, che in un’intervista a Tv2000 svela l’esistenza di una lettera spedita dalle Missionarie nello Yemen alle consorelle di Roma. La missiva risale al giugno 2015, qualche giorno prima le autorità ecclesiastiche avevano offerto alle suore la possibilità di abbandonare la casa di accoglienza visto che la tensione nel Paese era salita ormai alle stelle e la permanenza stava diventando ad altissimo rischio. Ma loro avevano rifiutato, spiegando i motivi in una lettera che è stata ritrovata la settimana scorsa. «E rileggendola abbiamo compreso ora un significato molto più profondo e diverso, alla luce di questi ultimi fatti. Per quell’amore cuore di madre che avevano non potevano abbandonare i loro ospiti, che amavano e nei quali si identificavano. Volevano condividere gioie e sofferenze e rimanere con loro fino alla fine» racconta suor Serena. Leggendo alcuni passi della lettera non è difficile sentir palpitare quell’amore e quei cuori di madre. E ritrovarsi impotenti di fronte all’immagine che ha fatto il giro del mondo, le suore sdraiate sull’erba con i loro corpi martoriati, il vestito religioso e sopra il grembiule da cucina.

«Mentre la guerra continua ci troviamo a dover calcolare quanto cibo potrà essere sufficiente. Ci sono bombardamenti e sparatorie da ogni parte e abbiamo farina solo per oggi. Come faremo domani a sfamare i nostri poveri?» scrivono. Senza mai lasciarsi sopraffare dalla paura: «Con fiducia amorevole e abbandono totale, corriamo verso la nostra casa d’accoglienza, anche quando il bombardamento è pesante. Ci rifugiamo a volte sotto gli alberi pensando che questa è la mano di Dio che ci protegge. E poi corriamo di nuovo velocemente per raggiungere i nostri poveri che ci attendono sereni. Sono molto anziani, alcuni non vedenti, altri con disabilità fisiche o mentali. Subito iniziamo il nostro lavoro pulendo, lavando, cucinando utilizzando gli ultimi sacchi di farina e le ultime bottiglie d’olio proprio come la storia del Profeta Elia e della vedova. Dio non può mai essere da meno in generosità fino a quando rimaniamo con lui e i suoi poveri. Quando i bombardamenti sono pesanti ci nascondiamo sotto le scale, sempre unite». Nella vita e nella morte.