Un mese dopo l’orrore, i parenti degli ostaggi: "Fateli tornare indietro"

Sono 244 gli israeliani rapiti da Hamas nel raid del 7 ottobre scorso. La rabbia delle famiglie che protestano contro il governo: "Nessuno ci ascolta"

Un mese dopo l’orrore, i parenti degli ostaggi: "Fateli tornare indietro"

Un mese dopo l’orrore, i parenti degli ostaggi: "Fateli tornare indietro"

Roma, 7 novembre 2023 – Il più piccolo ha dieci mesi, il più anziano 85 anni. Duecentoquarantaquattro volti e una speranza: tornare a casa. Un video diffuso dall’ambasciata di Israele a un mese dall’attacco terroristico nei kibbuz alla frontiera con Gaza è un colpo al cuore. Scorrono volti di persone che potrebbero essere vicini di casa, precipitati in una realtà di prigionia e chissà che altro, e il cui futuro è quantomai incerto.

Trenta giorni dopo il 7 ottobre, ieri 1.400 candele – tante quante sono i morti israeliani – sono state accese davanti al Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, in una cerimonia a cui hanno partecipato anche le famiglie delle vittime dell’attacco di Hamas. E altre centinaia di famiglie, le famiglie degli ostaggi, hanno manifestato davanti alla Knesset, il Parlamento israeliano. C’è tanto dolore e una sempre più pressante richiesta al governo di riportare a casa gli ostaggi.

Tra i familiari in piazza Yoni Asher, il papà di Aviv, due anni e mezzo, e Raz, 4 anni, prese in ostaggio con la madre Doron, 36 anni, dopo aver assistito all’assassinio della nonna la mattina del 7 ottobre nel kibbutz di Nir Oz. Come loro tanti altri, ognuno con la sua storia e il suo dolore. Come Micheal, la moglie di Alex Lubnov, incinta di 5 mesi, che sfila con la figlia di 2 anni per ottenere la liberazione del marito, barista al rave nel deserto. O Nadav Goldstein, che chiede la liberazione di suo marito Chen Almog Goldstein, 48, e di tre dei loro quattro figli: Agam, 17, Gal, 11 e Tal, 9 rapiti dal Kibbutz di Kfar Aza. Tutti vogliono una sola cosa: che il governo che non ha saputo proteggere i loro cari tratti per liberarli.

"Non sono uno stratega – ha detto Yuval Haran, la cui madre è stata rapita assieme ad altri sei familiari, mentre altri tre sono stati invece uccisi nell’attacco del 7 ottobre – ma la mia famiglia è lì, nelle mani di Hamas da un mese intero e l’unica azione legittima da fare è riportare i miei cari a casa". Come farlo è grazie alla mediazione, soprattutto del Qatar che però è diventata molto più difficile dopo l’avvio delle operazioni di terra.

Quella degli ostaggi è l’odissea dalla quale tutto è cominciato e senza risolvere la quale la furia di Israele non si placherà. Il senso di impotenza e di rabbia si è concretizzato nella sera di sabato nelle piazze di tutta Israele con migliaia di persone che manifestavano; lo slogan non lascia dubbi: "Netanyahu, Galant, Gantz, le loro vite sono nelle vostre mani". In Israele c’è una crescente rabbia mista a frustrazione che sta facendo scendere nei sondaggi Nethanyahu. La tragedia dei rapiti – mentre altri 1.300 loro connazionali, oltre mille dei quali civili, venivano massacrati – è un’onta per Tsahal, l’esercito israeliano, che su preciso input del premier ha mobilitato ben 300mila riservisti e ha avviato una operazione militare che è iniziata con estesi bombardamenti e fuoco di artiglieria: colpiti, sostengono le Forze armate israeliane, 2.600 obiettivi ritenuti santuari di Hamas. E qui sta un paradosso: molti di questi obiettivi erano vicino o sotto edifici civili e hanno fatto oltre diecimila morti, tra i quali forse anche alcuni ostaggi, ha subito sostenuto Hamas. Che li usa senza vergogna – come ogni organizzazione terroristica – per fare propaganda e dividere l’opinione pubblica nemica.

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