Washington, 12 gennaio 2018 - Donald Trump ci ricasca. L'ennesima uscita fuori dal 'politically correct' arriva durante un incontro nello Studio Ovale con alcuni membri del congresso. A chi gli chiedeva di riconsiderare la decisione di togliere lo status di protezione a migliaia di immigrati da Haiti, El Salvador e da alcuni Paesi africani, il tycoon avrebbe risposto: "Perché gli Stati Uniti dovrebbero avere tutta questa gente che arriva da questo cesso di Paesi?" (letteralmente 'shithole countries'). E' quanto scrive  il Washington Post citando alcuni dei presenti. "Sarebbe molto meglio per gli Usa portare più persone da Paesi come la Norvegia", avrebbe aggiunto il presidente. Parole che non aiutano certo a ripulire la sua immagine dopo le accuse messe nero su bianco nel libro 'Fire and Fury' di Michael Wolff. 

IRA DELL'ONU (E NON SOLO) - Mentre la Casa Bianca tace, arriva la reazione di Haiti. L'ambasciatore in Usa, Paul Altidor, ha fatto sapere di ritenere una vera e propria "aggressione" le parole di Donald Trump. Intervistato dalla rete televisiva Msnbc, il diplomatico ha fatto sapere che il suo governo ha presentato una protesta formale per ottenere spiegazioni a riguardo e condannare "con veemenza" l'accaduto. E sulla questione interviene anche l'Onu, con il portavoce dell'Alto commissariato per i diritti umani, Rupert Colville, che durante una conferenza stampa a Ginevra ha definito le parole di Trump "scioccanti, vergognose e razziste", che "vanno contro i valori universali che il mondo ha così duramente perseguito dopo la seconda guerra mondiale e l'olocausto". Intanto l'ambasciatore americano a Panama - riportano i media americani - si dimette, spiegando di non poter più lavorare nell'amministrazione Trump. Secondo la stampa Usa le dimissioni sarebbero legate proprio ai commenti del presidente sugli immigrati.

MARCIA INDIETRO - "Ho usato un linguaggio duro - si difende il presidente su Twitter - ma non quel linguaggio (il linguaggio riportato dai media ndr)". "Quello che è stato veramente duro  - ha aggiunto - è stata la proposta che mi era stata avanzata sul Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), una grossa battuta d'arresto".

Poi in un tweet ripete il concetto, ma gli 'shithole countries' (paesi di m...) diventano 'countries which are doing badly', (paesi che stanno andando male). 

Il senatore democratico Dick Durbin, presente all'incontro alla Casa Bianca sull'immigrazione, ha confermato però le parole del presidente degli Stati Uniti. Durbin ha detto che Trump ha ripetutamente definito quei Paesi degli "shitholes". "È la parola esatta usata dal presidente, non una volta sola, ma ripetutamente", ha detto il senatore alla Msnbc.

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IL 'BESTIARIO' - Trump non è peraltro nuovo a sortite simili contro gli immigrati. E' il quotidiano della capitale a mettere in fila i commenti razzisti collezionati dal tycoon, aprendo con l'oramai celebre anatema rivolto ai Messicani in occasione dell'inaugurazione della sua campagna elettorale nel 2016. "Non sono nostri amici - disse - portano droghe e crimine. Sono stupratori". Opinioni forti anche quelle relative ai rifugiati siriani, definiti uomini forti e giovani che potrebbero avere legami con l'Isis. Nel mirino di Trump è finito ugualmente il Diversity Visa Program, ovvero la "lotteria" che ogni anno mette in palio circa 50mila visti: "Ci mandano la gente peggiore, il peggio del peggio". Secondo quanto scrisse il New York Times il 23 dicembre scorso, The Donald lo scorso giugno aveva sostenuto che che "i 15.000 arrivati da Haiti hanno tutti l'Aids" ed i "i 40.000 dalla Nigeria non torneranno più nei loro tuguri dopo aver visto l'America".

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Intanto Trump cancella la visita nel Regno Unito, dove avrebbe dovuto inaugurare la nuova ambasciata Usa. L'inquilino della Casa Bianca ha spiegato in un tweet di avere preso la decisione a causa del suo disappunto nei confronti del suo predecessore Barack Obama, il quale avrebbe venduto l'attuale ambasciata per 'noccioline', per costruirne una da 1,2 miliardi di dollari: "Cattivo affare - ha scritto -. Volevano che io tagliassi il nastro-NO!". Ma secondo Owen Jones, popolare giornalista del Guardian, la motivazione sarebbe un'altra: "Trump  - scrive - rinuncia perché teme le proteste di massa". Dello stesso avviso anche il sindaco di Londra Sadiq Khan (figlio di immigrati musulmani), ripetutamente accusato dal tycoon di lassismo nei confronti del terrorismo islamico. Il primo cittadino londinese ha pubblicato su Twitter una nota in cui dichiara che "molti londinesi hanno chiarito che Donald Trump non è il benvenuto finché persegue un'agenda così divisiva".