Donald Trump (Ansa)
Donald Trump (Ansa)

Roma, 16 agosto 2019 - Curioso che mentre l’America si interroga su come evitare una sempre più possibile recessione, il presidente Donald Trump lanci l’idea di comprare la Groenlandia. All’apparenza le due notizie sembrano distanti, ma in realtà potremmo ipotizzare un filo di collegamento.

Groenlandia significa materie prime. Significa uranio, significa giacimenti ancora inesplorati che con la diminuzione dei ghiacciai e del permafrost sono più facile da estrarre, più appetibili.  E c’è anche un precedente. Nel 1867 la Russia vendette l’Alaska per 7,2 milioni di dollari agli Stati Uniti. Scelta criticata in Russia, che fece guadagnare decine di milioni di dollari a Washington. Cominciò infatti la corsa all’oro e successivamente l’Alaska si rivelò ricca di giacimenti petroliferi. Un affare insomma, siglato da un paese - gli Usa - dilaniato fino all’anno prima dalla guerra di successione e intenzionato a ripartire in maniera massiccia, come industrie degli stati del Nord che richiedevano materie prime e manodopera.

Oggi l’America non esce da una guerra civile, ma da un lungo rally finanziario ed economico, successivo a una crisi economica devastante. L’America teme la recessione, teme che l’economia torni a fare paura. Ed ecco la Groenlandia. Trump teme per la sua rielezione. E quando un presidente americano si avvicina alla forche caudine della rielezione prova di tutto.

L’economia è la sua spina nel fianco. Le tensioni con la Cina restano, ma Trump ha dovuto rinviare l’aggravamento dei dazi temendo ripercussioni sui consumi interni. Un segnale chiaro. Mercoledì scorso poi la curva dei rendimenti dei Treasury Bond si è invertita: il tasso del titolo biennale ha superato quello del decennale. Le ultime nove volte che i buoni del Tesoro a breve termine hanno pagato più di quelli a lunga scadenza, in Usa si è verificata una recessione. Ora ci si aspetta che la Fed tagli i tassi, ma potrebbe non bastare.

Morgan Stanley sostiene che Trump deve porre fine alla guerra commerciale con la Cina, che mina la fiducia degli investitori. Secondo Bank of America Merrill Lynch, o dazi al 10% innescherebbero inevitabilmente una risposta cinese che porterebbe Washington ad alzarli al 25%, innescando una recessione.

Insomma, una strada non percorribile. C’è allora chi propone ricette keynesiane. Come Jeff Cox di Cnbc: rilancio degli investimenti infrastrutturali come fece Obama. Ma le ricette keynesiane non permettono tagli di tasse. E quindi? Quindi non è poi così assurdo pensare alla Groenlandia. Terra ricca, da esplorare. Il nuovo West (a est però!) delle risorse prime. Luogo dove poter indirizzare massicci investimenti. Aspettiamo di vedere come gli analisti valuteranno la proposta. Potrebbero rivelare sorprese.