Tigray, ingresso ospedale 'Ayder Referral'
Tigray, ingresso ospedale 'Ayder Referral'

Roma, 20 settembre 2021 - La situazione nella regione del Tigray, in Etiopia, è ormai oltre ogni ragionevole limite umano. Le persone sono ridotte a mangiare solo foglie per giorni, la scorsa settimana in ospedale una madre e suo figlio appena nato, pesava meno di 1 chilogrammo, sono morti di fame. Ci sono circa 6 milioni di persone in condizioni simili. Hayelom Kebede, ex-direttore dell'ospedale 'Ayder Referral', ha riferito all'Associated Press di aver parlato al telefono con il ministro della Salute e di aver accusato tutto il governo etiope perché "stanno uccidendo le persone". "Mi hanno risposto - ha aggiunto - che faranno presente la situazione al primo ministro. A me viene solo da piangere". 

Le Nazioni Unite descrivono la situazione in cui versa la parte nord del Paese africano come "la peggiore carestia nel mondo degli ultimi decenni", una conseguenza nefasta della guerra tra le forze minoritarie del Tigray e l'esercito governativo di Addis Abeba. La situazione è precipitata quando la popolazione tigrina, lo scorso giugno, è stata sostanzialmente posta sotto assedio dal governo centrale: quasi tutti i canali attraverso cui far passare gli aiuti umanitari sono stati interrotti. È seguito un ultimatum dell'Onu: far ripartire i convogli umanitari in sicurezza, altrimenti arriveranno nuove sanzioni entro poche settimane.

Il quadro generale

"A iniziare lo scontro sono stati i tigrini - spiega da Torino Gianluigi Fontanarosa, operatore della Shosholoza Onlus - ma a inasprire il conflitto è stato l'esercito di Addis Abeba". Shosholoza Onlus è attiva nel Tigray da quasi vent'anni, nel 2011 aveva iniziato a svolgere corsi di formazione sanitaria, anche all'ospedale 'Ayder Referral' di Hayelom Kebede, e spediva regolarmente sul territorio docenti e studenti di medicina dagli ospedali piemontesi. "L'ultimo viaggio è stato nel 2019: a quel punto era diventato pericoloso anche per noi, non più solo per la popolazione locale".

Nel novembre 2019, il Fronte popolare di liberazione del Tigray non accetta la nascita del Partito della Prosperità, la nuova coalizione formata dalla fazione del presidente etiope Abiy Ahmed, vincitore quello stesso anno del Nobel, e le altre forze politiche costituenti.

A distanza di un anno, il Tigray indice elezioni regionali indipendenti ma il primo ministro Ahmed avverte che non saranno riconosciute e vieta ai giornalisti di recarsi nella regione per documentarle. Poco dopo, si scatena la guerra civile. All'inizio dell'estate 2021 l'esercito del governo etiope e quello eritreo si ritirano ufficialmente dal Tigray e inizia il dramma della popolazione civile. Delle strade in ingresso nella regione, dove dovrebbero passare i convogli umanitari, solo una rimane aperta. L'Associated Press parla di una lista, fornita agli operatori delle Ong, in cui si leggono tutti i beni che non possono essere portati dentro i confini regionali: filo interdentale, aprilattine, vitamine, medicine e quasiasi mezzo che possa documentare la crisi umanitaria. Il primo ministro Ahmed, riporta sempre AP, ha dato la colpa della situazione alle milizie tigrine e ha accusato le associazioni di essere loro alleate. Gianluigi spiega che riceve qualche sporadica notizia dalla signora che lavorava come governante nella casa dove soggiornavano professori e studenti italiani durante i corsi di formazione. "Solo ieri - racconta - abbiamo ricevuto una foto delle nipoti della signora che sono attualmente nella casa insieme a lei: le ha fatte trasferire per metterle in salvo dalle violenze dei soldati. Non la sentivamo da giorni, pensavamo fossero morte".

"Gli unici che potrebbero fare pressione sul presidente Ahmed - conclude Gianluigi di Shosholoza Onlus - sono gli Stati Uniti. L'Etiopia è sotto la loro influenza, rappresenta un baluardo importante in Africa e in Oriente in generale, e fino ad ora non si sono esposti più di tanto. Non vogliono neanche rischiare di spingere il Paese verso la Cina, che è dietro l'angolo e ha stretti contatti con il governo etiope: dall'aeroporto 'Addis Abeba-Bole' partono più voli diretti in Cina che negli Stati Uniti".