Elon Musk, uno dei fondatori di Tesla (Ansa)
Elon Musk, uno dei fondatori di Tesla (Ansa)

San Francisco, 5 ottobre 2021 - Da oggi le aziende americane non prenderanno mai più sottogamba le accuse di razzismoTesla, l'impresa produttrice di auto elettrica fondata da Elon Musk, è stata condannata da una giuria federale di San Francisco (California) a risarcire Owen Diaz, ex dipendentente afro-americano, con 137 milioni di dollari: secondo la tesi dell'accusa, è stato vittima di razzismo sul luogo di lavoro. 

L'accusa

Gli eventi divenuti oggetto della sentenza sarebbero successi tra giugno 2005 e luglio 2016. Owen Diaz, all'epoca contrattualizzato da agenzie interinali, lavorava come addetto agli ascensori della fabbrica Tesla di Fremont, insieme al figlio Demetric e altri colleghi afro-americani. Questi, secondo testimonianze e ricostruzioni,venivano regolarmente chiamati con epiteti razzisti - la famosa 'n-word' - e soggetti a immagini dispregiative e scritte razziste nei bagni.

Diaz, nel racconto di Aljazeera, ha affermato di aver sofferto d'insonnia, perdita di perso e appetito: "Alcuni giorni - avrebbe detto alla giuria - non riuscivo a fare altro che star seduto a piangere". Avrebbe più volte fatto presente la situazione ai vertici aziendali, senza che questi prendessero dei provvedimenti. Da tale quadro, "l'immagine progressista di Tesla" risulterebbe essere "una maschera di facciata". Lawrence Organ, difensore di Diaz e membro del gruppo legale per i Diritti umani in California, si è detto soddisfatto della decisione della giuria. Nello specifico, a Owen Diaz è stato riconosciuto in indennizzo di 130 milioni per danni punitivi, più 6,9 milioni a titolo di sofferenza emotiva.

La difesa

Tesla, però, non ci sta. Secondo l'azienda, la risoluzione della giuria federale è "ingiustificata". Innanzi tutto, durante le deposizioni sembra che tutti i testimoni hanno ammesso che il linguaggio discriminatorio, pur fuori luogo in un ambiente di lavoro, è stato utilizzato in modo "amichevole", e solitamente dagli stessi colleghi afroamericani. "Non eravamo perfetti nel 2015 e 2016" ha controbattuto la vicepresidente delle Risorse Umane di Tesla, Valerie Capers. Inoltre, Capers ha precisato che due appaltatori delle agenzia interinali sono stati licenziati a seguito delle segnalazioni di Diaz, un terzo è stato sospeso e le scritte denigratorie dei bagni cancellate immediatamente. "La versione dei fatti raccontata da Diaz - ha affermato Tracey Kennedy, l'avvocato di Tesla, nell'arringa di chiusura - non ha senso". Secondo la difesa, Diaz ha voluto tentare il colpo ai danni dell'azienda. Sembra infatti che il sentimento di offesa a causa della n-word sia arrivato solo dopo essere stato assunto a tempo pieno da Tesla, così come la denuncia per "molestie razziali".

Le reazioni

Il tema razziale negli Stati Uniti è tornato a essere molto caldo dallo scorso maggio 2020, quando George Floyd venne ucciso in strada da un agente della polizia di Minneapolis. I vertici di Tesla hanno assicurato di prestare la massima attenzione a riguardo: una prova sarebbe la creazione del team interno 'Diversity, Equity and Inclusion' e di una piccola commissione che indaga sulle segnalazioni di discriminazione.