Roma, 12 ottobre 2019 - La Turchia rafforza l'offensiva contro le città controllate dai curdi al confine con la Siria, sfidando le minacce della comunità internazionale (anche degli Usa). Intanto anche la Germania (dopo Olanda, Norvegia, Finlandia) annuncia che cesserà di vendere armi ad Ankara, che possano essere usate contro i curdi nel nordest del Paese dove la guerra infuria dal 2011. Dall'Italia, il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha lanciato l'appello perché si faccia lo stesso: "Il Governo italiano (...) valuti subito il blocco delle esportazione". E il ministro degli Esteri Luigi Di Maio da Napoli dove festeggia i 10 anni dei 5 stelle risponde: "Sulle armi con me sfondate una porta aperta. Lunedì al consiglio Ue dei ministri degli Esteri chiederemo che tutta l'Ue blocchi la vendita di armi alla Turchia. Basta armi alla Turchia, lo diciamo a tutta Europa". E David Sassoli, presidente dell'Europarlamento, ha detto che sanzioni contro Ankara sono in discussione.

Allarme jihadisti

Ed è allarme jihadisti. Secondo fonti locali, oggi, il carcere centrale di Hasake, dove sono detenuti centinaia di miliziani dell'Isis è stato preso di mira da un attentato dinamitardo. Non è chiaro se l'autobomba fatta esplodere abbia danneggiato il penitenziario. Ieri, le forze curde avevano affermato che 5 membri dell'Isis erano fuggiti dopo che un carcere di Qamishli, a nord di Hasake, colpito da raid turchi. Intanto il Pentagono denuncia che le truppe statunitensi in Siria "si sono trovate sotto il fuoco dell'artiglieria" turca nei pressi di Kobane mettendo in guardia la Turchia dall'evitare azioni che possano tradursi in un'immediata azione di difesa americana.

La comunità internazionale, oltre a temere per i curdi e la popolazione civile, ha un'altra grande paura, anche per sè: che i combattenti dell'Isis detenuti nelle carceri controllate dai curdi riescano a fuggire. Secondo l'amministrazione curda sono 12mila gli jihadisti rinchiusi in sette centri nelle aree da loro controllate. 
Gli Usa, nella situazione così volatile, hanno prelevato due di quelli considerati più pericolosi e li hanno portati fuori dalla Siria. E il timore che l'Isis possa rialzare la testa ha preso forma anche nell'attentato di Qamishli, dove un'autobomba ha ucciso sei persone: il gruppo islamista ha rivendicato. 

Lega araba: "Ankara si fermi"

Un nuovo alt all'operazione turca giunge poi dalla Lega Araba, che ha deciso di assumere "misure urgenti" per quella che definisce "l'invasione di uno Stato arabo e un'aggressione alla sua sovranità". Al termine della riunione d'urgenza convocata al Cairo la Lega Araba ha chiesto alla Turchia di fermare l'aggressione, predisponendo misure che vanno dalla riduzione delle relazioni diplomatiche, la cessazione della cooperazione militare e la revisione delle relazioni economiche. "L'aggressione turca alla Siria costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali", si legge nel documento finale della riunione. Inoltre si sottolinea che l'attacco è "una violazione flagrante dei principi della Carta delle Nazioni Unite" contro cui la Siria ha il diritto legittimo di difendersi con ogni mezzo.

I curdi agli Usa: proteggeteci

Le Forze democratiche siriane, guidate dai curdi e principale partner degli Usa contro l'Isis, hanno chiesto a Washington di rispettare i suoi "obblighi morali" e di proteggerle, anche con una no-fly zone che blocchi i jet turchi. 
Pesanti le perdite per i curdi, di fronte alla potenza dell'esercito di Ankara. Almeno 23 combattenti delle Sdf sono stati uccisi, portando il totale in quattro giorni a 81 morti, secondo l'Osservatorio siriano dei diritti umani. Ammazzati anche almeno 28 civili da raid aerei e colpi d'artiglieria, e altri 9 in un agguato di ribelli filo-Ankara, tra cui la leader politica curda Hevrin Khalaf. In Turchia, secondo fonti turche, i morti sono stati 17

Obiettivi chiave per Ankara sono le città di Ras al-Ain e Tal-Abyad, pesantemente bombardate. Si trovano ai margini di una sezione di confine controllata dai curdi ma a maggioranza etnica araba. Ankara sostiene di voler eliminare i "terroristi", come identifica i curdi, e creare una safe zone in cui mandare parte dei 3,6 milioni di rifugiati siriani ora nel Paese. I curdi denunciano: è un tentativo di ridisegnare la mappa etnica della regione, a loro spese. 
Sinora gli sfollati sono almeno 100mila, stima l'Onu. La gran parte di loro va verso Hasakeh, non presa di mira dalla Turchia. Per Human Rights Watch, Ankara "vuole impedire ad altri civili siriani di entrare in Turchia, non vuole davvero fornire protezione".  

Germania: stop vendita armi alla Turchia

Dopo Olanda, Finlandia e Norvegia, anche la Germania ha deciso di fermare la vendita di armi alla Turchia. Ad annunciarlo il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas alla Bild am Sonntag. Una misura, ha spiegato, che intende colpire l'operazione militare avviata in Siria. Nel 2018, Berlino ha venduto alla Turchia armi per un totale di 240 milioni di euro.