Svalutazione yuan (Lapresse)
Svalutazione yuan (Lapresse)

Roma, 13 agosto 2015 - Mossa destabilizzante, che prelude a una guerra valutaria o decisione utile, che avvicina Pechino alle dinamiche di mercato? Le tre svalutazioni in sequenza ravvicinata messe in atto dalla Banca centrale cinese, che da martedì hanno comportato un calo del 4.4% nella quotazione dello yuanm costituiscono il maggior deprezzamento dal 1994, quando, con l'istituzione di un nuovo mercato dei cambi ci fu una svalutazione del 33% in un colpo solo. Se l'importanza di tale cambiamento di strategia è fuori discussione, meno facile è dare un giudizio univoco sull'utilità del cambio di passo da parte di Pechino per il quadro interno e per quello internazionale. 

Passiamo in rassegna i 6 principali pro e contro. 

LA SVALUTAZIONE DECISA DA PECHINO E' DANNOSA PERCHE' 

1) RISCHIA DI INNESCARE UNA "CORSA" ALLA SVALUTAZIONE DA PARTE DEI PARTNER ASIATICI VANIFICANDO IL SUO EFFETTO. Malgrado le ricorrenti voci di guerra valutaria, finora i paesi asiatici avevano evitato ostilità aperte sui cambi. Ma se la maggiore economia della regione lancia un'offensiva gli altri certamente seguiranno. Oggi la rupia Indinesiana e il ringgit malese, ad esempio, hanno toccato il loro minimo da 17 anni. Un'analista di Morgan Stanley a marzo aveva previsto che un calo del 15% delloo yuan - molto più ampio di quello degli ultimi giorni, provocherebbe un calo compreso tra il 5% e il 7% per le altre valute asiatiche; 

2) PROVOCHEREBBE UNA FUGA DI CAPITALI che uscirebbero dalla Cina alla ricerca di rendimenti migliori. Un forte calo dello yuan, inoltre, metterà certamente a rischio molte aziende cinesi, che hanno accumulato oltre mille miliardi di dollari di debito in valuta estera e che troveranno più costoso rimborsare i creditori se lo yuan non recupererà; 

3) RIACCENDE LE TENSIONI CON GLI STATI UNITI: da anni, uno schieramento bipartisan nel Congresso di Washington accusa infatti Pechino di manipolare artificialmente il corso della sua divisa. E certamente la tempistica delle nuove svalutazioni non aiuta le relazioni tra i due Paesi, considerando l'imminente visita negli Stati Uniti del presidente cinese Xi Jinping ma anche, la campagna per le presidenziali Usa del 2016 che si preannuncia rovente. 

Ma passiamo agli effetti prevalentemente positivi della svalutazione dello yuan.

LA SVALUTAZIONE DECISA DA PECHINO E' UTILE PERCHE' 

1) SEGNA UN GRADUALE RITORNO ALLE FORZE DI MERCATO, come ha segnalato il Fondo Monetario Internazionale, che giudica positive le decisioni della Banca centrale cinese auspicando che Pechino punti a far fluttuare liberamente lo yuan sul mercato entro 2-3 anni. Tale richiesta va anche letta nella prospettiva di un'inclusionen dello Yuan nella 'moneta paniere' del Fmi, i diritti speciali di prelievo (Dsp), che l'istituzioe utilizza per i prestiti agli stati sovrani. Tale ingresso avrebbe l'effetto di stabilizzare lo Yuan, che entrerebbe nei portafogli di molti investitori istituzionali accrescendo il suo ruolo di valuta di riserva; 

2) ABBATTE LE PRESSIONI INFLAZIONISTICHE e potrebbe allontanare il programmato aumento dei tassi statunitensi da parte della Federal Reserve. La Banca Centrale Usa, infatti, stava programmando un rialzo dei suoi tassi che sobno rimasti vicino allo zero per molti anni dopo la crisi finanziaria del 2008. Ma uno yuan più debole, riducendo il costo in dollari delle merci cinesi, spingerebbe ulteriormente al ribasso l'inflazione Usa che oggi si trova attorno all'1,3%. La Fed vuole infatti essere "ragionevolmente fiduciosa" che l'inflazione americana torni al livello obiettivo del 2% prima di alzare i tassi. 

3) TIENE BASSI I PREZZI DELLE MATERIE PRIME, con effetti positivi sui consumatori dei paesi occidentali. Uno yuan più debole, infatti, implica che la Cina e il suo enorme apparato produttivo, pagheranno il petrolio, il rame, il carbone, con una valuta meno cara. Lo prova ad esempio, il prezzo del petrolio che è calato del 4% dopo le prime notizie della svalutazione, mentre il rame ha perso addirittura l'8%. Se i consumatori sorridono, comunque, gli stati produttori di materie prime non gioiscono.