Teheran, 12 dicembre 2020 - E' stato giustiziato oggi all'alba, impiccato. Si chiamava Ruhollah Zam, aveva 42 anni,  era un giornalista. Il suo canale di opposizione Amadnews, fondato nel 2015 era seguito da 1,4 milioni di follower sull'app di messaggistica crittografata Telegram. E' stato considerato colpevole di spionaggio. E, come riporta la Reuters, la tv di Stato ha annunciato così l'avvenuta condanna a morte: "Il direttore del canale anti-rivoluzione Amad News è stato impiccato".

Il giornalista dissidente, figlio del religioso riformista Mohammad Ali Zam - che aveva preso le distanze da lui -,  a ottobre 2019 era stato arrestato dai Guardiani della rivoluzione iraniana, in circostanze ancora  misteriose.  Viveva in esilio in Francia, che gli aveva riconosciuto lo status di rifugiato politico.  Che fosse in pericolo era chiaro a tutti. Da ultimo, aveva una scorta e si muoveva su un'auto blindata. Sarebbe stato attirato in una trappola, confezionata con l'aiuto di una donna. Avrebbe lasciato la regione di Montauban  per la Giordania l'11 ottobre e da lì il 12 avrebbe raggiunto  l'Iraq. La scena successiva di questo giallo è la tv di Stato iraniana che il 15 ottobre mostra Zam legato e imbavagliato, circondato dai pasdaran. "Complicata operazione di intelligence": così l'Iran definì la cattura del dissidente. Da capire se altri paesi abbiano avuto un ruolo nel rapimento. 

L'Iran lo ha accusato di  aver alimentato i disordini del 2017-2018, quando vennero arrestate cinquemila persone e si contarono almeno 25 vittime. Di più. Zam era considerato colpevole di spionaggio a beneficio dei servizi di intelligence di "Usa, Francia, Israele e un paese della regione" allo scopo di far cadere la Repubblica Islamica. Insomma, era un strumento nelle mani dei nemici. 

Tredici capi d'imputazione confezionati per arrivare all'accusa più grave, "corruzione sulla terra", che prevede la condanna a morte come aveva spiegato il portavoce della giustizia iraniana Dopo la rivoluzione, sarebbero stati eliminati con questa stessa accusa almeno 8mila dissidenti. Due le esecuzioni nel 2019.

Durante la detenzione, il dissidente aveva ammesso  di aver creduto nelle proteste, negando però di avere mai incitato alla violenza e di avere rapporti con le intelligence occidentali.  La condanna era stata emessa a giugno e confermata l'8 dicembre dalla Corte suprema. L'esecuzione 4 giorni opo. Un modo per evitare una campagna internazionale di pressione, è certa Amnesty International.  Diana Eltahawy, vicedirettore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa, si è detta "choccata e inorridita" dalla notizia e ha lanciato un appello:  "Il mondo non deve restare in silenzio mentre le autorità iraniane portano gli  attacchi al diritto alla vita e alla libertà di espressione a livelli senza precedenti. Chiediamo alla comunità internazionale, compresi gli Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e dell'UE, di intraprendere un'azione immediata per fare pressione sulle autorità iraniane affinché interrompano il loro uso crescente della pena di morte come arma di repressione politica".  A salvare la vita a Zam  purtroppo non erano bastate nemmeno le pressioni rivolte nei giorni scorsi all'Europa per un intervento rapido presso l’ayatollah Khamenei.  Il giornalista era nel mirino almeno dal 2009, quando aveva criticato la rielezione del presidente Ahmadinejad. Dura la reazione di Reporters Sans Frontières che scrive su Twitter: "Avevamo lanciato l'allarme  fin dal 23 ottobre".