Nairobi, 27 novembre 2018 – “I rapitori di Silvia Romano volevano un riscatto-lampo“. Così una testimonianza raccolta dall’agenzia Ansa. La volontaria italiana sequestrata in Kenya urlava, loro volevano soldi, ma i soldi non ci sono, e non c'era nemmeno un telefono. Qualcuno del gruppo avrebbe detto di lasciare libera la donna, vista la situazione, ma altri si sono rifiutati“. Lo racconta James, un ragazzo nigeriano la cui istruzione è sostenuta dalla onlus per cui lavora Silvia Romano, testimone dei minuti drammatici del rapimento.

“Silvia piangeva disperata, invocava aiuto mentre la trascinavano via", ha aggiunto il giovane testimone dell'aggressione culminata nel sequestro. Erano almeno in 4, quelli del commando, li abbiamo seguiti, ma hanno iniziato a sparare per tenerci fuori dalla loro portata. Noi avevamo solo i coltelli“. Non erano però terroristi dello Shabaab, quelli del gruppo che ha rapito Silvia, perché in quel caso “avrebbero commesso una strage“.

Video testimonianza. "Silvia urlava, piangeva, diceva che era senza soldi"

Mentre in Kenya la polizia locale afferma, sulla base di intercettazioni, di essere in grado di stringere il cerchio attorno a quello che potrebbe essere il luogo dove la cooperante è tenuta prigioniera, con l'intenzione di iliberarla tutelando la sua incolumità, in Consiglio comunale a Milano è stato depositato un ordine del giorno per allestire all’ingresso di Palazzo Marino, sede municipale, un totem con la scritta ‘Silvia Romano libera’. La proposta mira a esprimere i sentimenti di vicinanza delle istituzioni nei confronti della famiglia di Silvia Romano, cooperante volontaria della Onlus Africa Milele, residente a Milano nel quartiere Casoretto.