Il tribunale di Kigali, in Rwanda, ha condannato Paul Rusesabagina per una serie di reati (tredici)  che vanno dal terrorismo al rapimento, fino all’incendio doloso. Vestito di rosa, colore delle divise del carcere di massima sicurezza della capitale ruandese, il sessantaseienne ha ascoltato il pronunciamento della giudice Beatrice Mukamurenzi. Una sentenza prevedibile: Rusesabagina è infatti all'opposizione del regime del presidente-autocrate Paul Kagame, nonostante l’enorme contributo umanitario che offrì 27 anni fa, durante il genocidio dei Tutsi ad opera degli Hutu, nel quale morirono un milione di persone, il 15% della popolazione totale del paese, in soli tre mesi.

In quel frangente Rusesabagina, che era direttore dell’Hotel des Milles Collines, trasse in salvo 1268 persone, spacciandole per ospiti della struttura e mediando con i caschi blu dell’Onu per tentare di farle fuggire dal Paese. La sua vicenda è stata raccontata nel 2004 in Hotel Rwanda, film di Terry George candidato a 3 premi Oscar e altrettanti Golden Globes, in cui l’eroe era interpretato da Don Cheadle.

Dopo la fine della pulizia etnica, Rusesabagina andò a vivere in Belgio, dove divenne prima tassista, poi proprietario di una compagnia di trasporti. Nel corso degli anni è stato molto critico con il regime, affermando che Kagame fosse stato eletto per un terzo mandato tramite un’elezione truccata e che stesse adoperando una sorta di vendetta Tutsi nei confronti degli Hutu. La grande visibiità di cui godeva ha indispettito il presidente. 

Proprio per questo nel settembre 2020 Rusesabagina è stato arrestato in circostanze misteriose e riportato in Rwanda. In un anno di processo gli è stato negato praticamente ogni diritto: l’uomo aveva nominato degli avvocati americani, ma i loro visti d’ingresso nel paese sono stati negati; non ha potuto vedere né sentire i suoi familiari; non ha potuto interagire con altri detenuti e non gli sono stati forniti nemmeno i medicinali di cui ha bisogno per tenere a bada l’ipertensione di cui soffre.

Il suo caso aveva attirato le attenzioni del Congresso degli Stati Uniti e soprattutto del Parlamento Europeo, che a febbraio aveva approvato una risoluzione in cui si intimava al governo ruandese di riconoscergli i diritti di un cittadino europeo, in quanto, nel 1994, era stato accolto come richiedente asilo in Belgio. Da parte sua, il Rwanda aveva risposto criticando duramente l’UE per l’interferenza in un processo in corso.

L’intero impianto accusatorio si regge su un video del 2018 in cui lo “Schindler africano” chiedeva ai cittadini di "utilizzare ogni mezzo possibile per cambiare il Rwanda, dal momento che la via politica è risultata fallimentare". Secondo l’accusa, infatti, il Fronte Nazionale di Liberazione, che fa parte del Movimento Ruandese per il Cambiamento Democratico, coalizione di partiti di opposizione esiliati, che fu presieduta anche da Rusesabagina, è responsabile di attacchi terroristici che avrebbero causato la morte di 9 civili. L’effettiva sussistenza di questi attentati non è mai stata accertata.

Ora, la vita dell’uomo che aveva tratto in salvo i suoi connazionali ha preso l’ennesima strada drammatica. Dovrà scontare 25 anni di carcere, praticamente una condanna a vita.