Il Papa seduto da solo e i vescovi alle sue spalle
Il Papa seduto da solo e i vescovi alle sue spalle

Roma, 29 giugno 2021 - Papa Francesco è sempre più isolato. Dalla Germania all’Italia, passando per gli Stati Uniti, sono tre i fronti aperti che agitano le acque Oltretevere, minando la sua autorità. Politica e spirituale. Che il Pontefice non potesse essere giudicato da alcuno era un punto fermo per Gregorio VII. Figurarsi se ai tempi fosse stato lecito anche solo criticare lo stesso autore del manifesto dell’assolutismo pontificio, il Dictatus papae (1075), o qualche altro suo successore sul soglio petrino. Erano gli anni dell’Umiliazione di Canossa, della Lotta per l’investiture. Tutta un’altra storia per la Chiesa in cui oggi il Papa, con sfumature diverse, si trova sconfessato da larga parte dei vescovi. Quel che restava sotto traccia con Benedetto XVI, esce alla luce del sole col suo successore. 

Partiamo dalla Germania che agita il sonno dei conservatori. Vero che da quelle parti il rischio di rompere l’unità ecclesiale, paventato da Bergoglio nella Lettera ai cattolici tedeschi (2019), è tutto fuorché scansato a priori; non c’è dubbio che lo Spirito santo, motore per il Pontefice delle autentiche riforme, finisca per essere marginalizzato nella narrazione ufficiale delle potenziali riforme in terra luterana. Ma al momento le folate progressiste sul celibato dei preti e il diaconato femminile si limitano ad infiammare un  percorso sinodale destinato a chiudersi solo il prossimo anno. E non si sa ancora con quale esito.

Non c’è niente di compiuto in Germania a dispetto di quanto deliberato, invece, dall’episcopato statunitense che ha deciso di votare a novembre un clamoroso documento per negare (in sostanza) la Comunione al presidente americano, il democratico Joe Biden, pro choice sull’aborto. Fino all’ultimo Francesco ha tentato di scongiurare la politicizzazione dei sacramenti. Il suo volere è stato dribblato col placet di oltre due terzi dei presuli, favorevoli alla stretta eucaristica (168 sì, 55 no). Inutile dire come ne possa essere uscita l’immagine del Papa agli occhi della Casa Bianca.

Più sornione è il dissenso verso Bergoglio espresso dai vescovi italiani, sin da subito piuttosto inerti rispetto al nuovo corso. Pressata, perché avviasse un Sinodo nazionale, solo lo scorso maggio, oltre cinque anni dopo il primo input del Papa al Convegno ecclesiale di Firenze (2015), l’assemblea generale ha dato avvio al cammino sinodale. Un iter e non un evento sulle cui modalità è nebbia fitta. Unica certezza l’aver anestetizzato fin da subito il confronto. Non si parlerà né di preti sposati, né di sacerdozio femminile. “I problemi sono altri“, ha tagliato corto il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti

Di fronte ai distinguo degli episcopati il Papa incassa le resistenze. Almeno in apparenza, perché alcuni atti tradiscono un certo nervosismo. Come la nota verbale della Segreteria di Stato sul ddl Zan, che nei fatti segna un cambio di gestione dei rapporti con Palazzo Chigi, dalla Cei alla Santa Sede; come la decisione di non accettare le dimissioni, da arcivescovo di Monaco, del cardinale liberal Reinhard Marx, che sa di  monito a non abbandonare il timone, nonostante la frustrazione per le mancate riforme strutturali.

Certo il Papa non è un’assolutista alla Gregorio VII. Sin da subito ha sostenuto il decentramento a favore degli episcopati nazionali, a più riprese ha esortato il dibattito interno nella Chiesa. Probabilmente, però, non si aspettava una fronda di tale portata. Così finisce per barcamenarsi, dice e non dice. Prova a tenere uniti i cattolici, mandando segnali discordanti su temi d’attualità, come donne (valorizza la presenza femminile, ma non avalla le diaconesse) e gay (legittima la richiesta di correzione del ddl anti-omofobia e appoggia padre James Martin, il prete arcobaleno). La barca di Pietro ondeggia, la rotta appare sempre meno chiara anche a chi  sta remando al fianco di Francesco.