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11 apr 2022

Ucraina, Padre Oleh sfida le bombe. "Strappo vite all’inferno"

Donbass, prete salesiano col suo van porta medicine e mette in salvo gli sfollati. "La paura di morire? Certo, corro molti rischi ma qualcuno deve pur farlo"

11 apr 2022
salvatore garzillo
Esteri
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Il salesiano di rito greco-cattolico, padre Oleh Ladnyuk, con alcuni sfollati
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Il salesiano di rito greco-cattolico, padre Oleh Ladnyuk, con alcuni sfollati

"Non avere paura, se muori almeno sei sicuro che ti celebro io il funerale. E poi tranquillo, stai con me, io ho la protezione dall’alto. Guardami, non ho neppure bisogno del giubbotto antiproiettile". Padre Oleh ha il senso dell’umorismo ma qui, su una strada devastata dai mortai nel profondo Donbass, la sua risata non riesce a rassicurare. La nostra corsia è vuota da chilometri, nessuno va verso Sievierodonetsk, un puntino sulla mappa di questa guerra a est. I russi sono a un chilometro, dalla cima di una collina si vedono i territori occupati. "Questo territorio è stato martoriato – dice –, i bombardamenti sono continui dall’inizio della guerra. Nelle ultime due settimane i russi stanno spingendo per avanzare, ieri hanno distrutto dieci case. È una città fantasma e quei pochi che continuano a viverci si nascondono sotto terra".

Ogni due giorni affronta le bombe con il suo van pieno di farmaci da consegnare all’ospedale pediatrico semidistrutto dai missili. Medicine all’andata e sfollati al ritorno. "Posso caricarne 8, al massimo dieci alla volta. Bisogna essere veloci perché è un tiro al bersaglio. Vedi quel benzinaio – indica una stazione di servizio devastata da un’esplosione –? Io e padre Sergio l’abbiamo evitata per un pelo". E ride.

Sergio è la versione italianizzata di Sergey, anche lui ucraino come Oleh, anche lui studente a Roma in passato e con un ottimo italiano. "Siete i primi giornalisti stranieri che vengono qui dall’inizio dell’invasione", ci confessa mentre superiamo l’ennesimo checkpoint. Il soldato controlla i documenti, sbircia dentro il furgone e dice ’buona fortuna’. All’ingresso del viale dell’ospedale c’è un’auto abbandonata su cui qualcuno ha scritto con lo spray rosso Ak-47, la sigla del Kalashnikov. Ma ad accoglierci non ci sono soldati, solo infermiere che scaricano gli scatoloni con la velocità di chi sa di non poter perdere tempo. "Ah siete italiani – chiede Olga con una voce stridula –? Molti di questi pacchi arrivano da voi. Quindi grazie mille. Però abbiamo bisogno anche di carri armati, droni e armi". Avrà 60 anni, è minuta e la gamba destra non è del tutto a posto, ma quando pronuncia l’ultima frase sembra un generale sul pulpito. Sparisce dentro con le confezioni, in un ospedale deserto, nei corridoi si sente solo il suono dei passi. "Una bomba ha centrato il reparto di pediatria, i bambini sono stati trasferiti nel rifugio e poi in un’altra struttura", spiega Oleh mostrando uno squarcio nel soffitto di una stanza dove ci sono piccoli letti ricoperti di vetri. Dalla finestra infranta si vede il cortile trasformato in trincea. "Le medicine servono per il pronto soccorso che ancora funziona ma a breve dovrà chiudere".

L’arrivo dei Grad ci coglie di sorpresa. Una sequenza di venti colpi in successioni da due, un metronomo della guerra. L’ospedale non è un posto sicuro, bisogna scappare. "Ora passiamo a prendere alcune persone che ci aspettano per essere evacuate. Le porteremo a Dnipro e in altre città più sicure. Qui è come Mariupol, l’unica differenza è che c’è ancora la possibilità di entrare e uscire", continua il salesiano, che anticipa la nostra curiosità. "Sì ho paura. Chi dice di non aver paura mente. Ma la domanda che mi spinge è: come posso migliorare la mia vita? Aiutando gli altri. Gli porto da mangiare perché non hanno cibo, gli porto le candele perché non hanno elettricità e vivono sottoterra. Certo è pericoloso ma qualcuno deve farlo". E ride di nuovo.

 

 

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