22 mar 2022

"A Odessa tifavano per i russi. Ora sono tutti patrioti ucraini"

Il giornalista Ugo Poletti vive nel sud russofono dell’Ucraina, dove ha fondato un quotidiano in inglese. "La gente si sente aggredita, umiliata dall’invasione. Anche i nostalgici dell’Urss sono anti-Putin"

antonio del prete
Esteri

La guerra schiera eserciti e opinioni, talvolta le ribalta. A Odessa, nel sud dell’Ucraina, si parla russo, e fino a qualche tempo fa la maggioranza della popolazione simpatizzava per Mosca. Ora non è più così. "Anche gli orfani dell’Urss si ribellano allo zar, sono tutti diventati patrioti ucraini", racconta Ugo Poletti, imprenditore e giornalista milanese. Due anni fa ha fondato The Odessa Journal , un quotidiano online in lingua inglese, per dare un contributo alla vocazione cosmopolita della città. Ha scelto di vivere e lavorare sul mar Nero, dove nel 1898 Eduardo di Capua scrisse O’ sole mio . Quel sole, oggi, è spento. All’orizzonte incombono le navi russe.

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Odessa, donna col suo cane accanto al monumento di Richelieu, protetto da sacchi di sabbia
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Poletti, quant’è vivo il legame tra Odessa e l’Italia?

"Molto, anche se la comunità italiana conta appena 60 o 80 membri. Ma gli abitanti di Odessa amano ricordare la storia della loro città, il cui stile è stato scolpito dai nostri architetti. Fu un italiano, un napoletano di origine spagnola, Giuseppe de Ribas, a suggerire a Caterina la Grande di creare un porto nella baia davanti a un forte turco. Poi si guardò intorno e vide solo contadini e cosacchi, così fece arrivare dal Regno delle due Sicilie le competenze di cui aveva bisogno. Scelse persino il nome della città ispirandosi a Ulisse. Insomma, qui, se sei italiano, ti senti più importante".

In una città così aperta può attecchire il nazionalismo?

"Da queste parti il nazionalismo ucraino non ha mai fatto molta presa. Dopotutto, i cognomi dei residenti richiamano un passato cosmopolita, sebbene 70 anni di comunismo abbiano piallato le differenze. La presenza ebraica, tuttavia, conta ancora molto. E molte aziende hanno manager stranieri".

Da quelle parti si parla russo. L’invasione è percepita in maniera diversa rispetto al resto dell’Ucraina?

"Prima della guerra nel Donbass in tanti simpatizzavano per Mosca anche per via delle parentele. Metà della città votava per i partiti filo-russi. Già alle elezioni per il sindaco di un anno e mezzo fa questa quota è scesa al 20% e oggi si è dimezzata. La gente si è sentita aggredita, offesa, umiliata. Anche i nostalgici dell’Urss hanno cambiato idea".

La conversazione telefonica si interrompe all’improvviso: Poletti ha sentito un’esplosione, si blocca. "I russi ci tengono sotto pressione", prova a sdrammatizzare.

La città è pronta a resistere?

"Sì, c’è una preparazione incredibile: i militari, addestrati dai britannici e dai canadesi, hanno già fatto esperienze di battaglia. La città si è riempita di volontari, i ristoranti cucinano per i soldati".

Si respira paura?

"Non tanto. Gli ucraini sono guerrieri nell’anima. Continuano a scherzare, mantengono il sangue freddo. Odessa non si è svuotata".

Lei ha paura?

"L’ho avuta all’inizio, quando alle 5 del mattino siamo stati svegliati da attacchi missilistici. Mi sono fatto coraggio quando gli amici e la mia compagna, che è ucraina, hanno deciso di restare comunque qui".

Qualcuno dei suoi colleghi si è arruolato?

"No, ma un mio caro amico, che era già nella Guardia di frontiera, oggi è al fronte: la sua vita è in pericolo".

Cosa significa oggi fare informazione in Ucraina ?

"In tempo di pace significava raccontare una città piena di fascino, oggi vuol dire raccontare la guerra guardandola con gli occhi di un europeo. Il mio ruolo è quello di fare da filtro a tanta, troppa, propaganda".

Com’è cambiato il suo lavoro dall’inizio della guerra?

"Prima mi occupavo solo di cultura, arte, musica e della vita delle aziende. Poi il mio giornale è stato trascinato in questo conflitto".

Ci sono testate filo-russe?

"Ce n’erano. Rappresentavano una parte del Paese. Sono state chiuse".

La stampa locale è compatta sulla linea della resistenza o c’è anche chi propone di trattare con i russi?

"Chi lo facesse rischierebbe l’arresto per alto tradimento. Non è il momento per le sfumature".

Qual è oggi il sentimento prevalente tra gli ucraini?

"Fierezza, euforia, voglia di dare una lezione al nemico. C’è un eccesso di ottimismo".

Se i russi vincessero la guerra, come sarebbero accolti?

"Troverebbero un Paese ingovernabile".

Lei se ne andrebbe?

"Non ci ho ancora pensato, probabilmente rimarrei qui. Dopotutto sono un cittadino italiano, quindi non rientro tra le persone più esposte. Ma forse i russi chiuderebbero il mio giornale".

 

 

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