Il muro del pianto
Il muro del pianto

New York, 15 ottobre 2016 - Era un divorzio annunciato. Israele, con una nota del suo ministro dell’istruzione Naftali Bennett ha sospeso ieri con "effetto immediato" ogni rapporto di Israele con l’Unesco, dopo la risoluzione dell’organismo internazionale secondo cui il Monte del Tempio, noto anche come la Spianata delle moschee, non sarebbe un simbolo ebraico. Una decisione controversa e di misura con 21 Paesi a favore, 6 contrari e 21 astenuti tra quali l’Italia. La direttrice dell’Unesco Irina Bukova si è affretta a dire che "Gerusalemme è un patrimonio indivisibile, col diritto di ciascuna delle sue comunità all’esplicito riconoscimento della sua storia e del suo legame con la città. Negare, nascondere o voler cancellare una o l’altra delle tradizioni ebraica, cristiana e musulmana, significa mettere in pericolo l’integrità del sito".

Al premier israeliano Netanyahu e al suo ministro Bennett questa precisazione non basta "perché nega – dicono – i profondi e millenari legami degli ebrei col luogo santo di Gerusalemme". La definizione inoltre di una ‘Palestina occupata’ suona per il governo israeliano come altra benzina sul fuoco, anche se il negoziato tra le due parti è in stallo ormai da anni. La risoluzione che dovrà essere validata dal Comitato Esecutivo dell’Unesco la settimana prossima era stata presentata dai palestinesi con Egitto Algeria, Marocco Oman, Qatar e Sudan e di fatto riconosce il Monte del Tempio sacro solo per i musulmani, ma non per gli ebrei. Al Palazzo di Vetro sempre ieri Israele è stato costretto nell’angolo anche sulla costruzione degli insediamenti proprio nei territori occupati, giudicati illegali anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dallo stesso Ban Ki moon.
"Pensate che l’Unesco voterebbe mai una risoluzione per negare la connessione tra i cristiani e il Vaticano, i musulmani e la Mecca?"

La furia dei leader di Tel Aviv è basata sostanzialmente sulla denominazione dei luoghi. "Anche le parole sono sostanza – dice il ministro israeliano Bennett – e per questo noi togliamo ogni collaborazione o appoggio a un’organizzazione professionale che fornisce supporto al terrorismo".
Chi esulta sono i palestinesi con Abu Mazen che dicono: "Questo è un chiaro segnale a Israele, affinché metta fine all’occupazione e riconosca Gerusalemme est come capitale inclusi i luoghi santi cristiani e musulmani".
In realtà la comunità internazionale rischia di spaccarsi e anche l’astensione italiana è stata criticata. Il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) Noemi Di Segni ha rilevato che «con un voto sconcertante e fuori dalla storia, su cui anche l’Italia porta delle responsabilità», l’Unesco ha avallato la pretesa di "alcuni Paesi arabi di sradicare ogni riferimento alla radice ebraica dall’area della Città Vecchia di Gerusalemme". Una dichiarazione a cui hanno fatto seguito interventi politici che, in maniera bipartisan, hanno accusato l’organismo della cultura dell’Onu e, in parte, anche la scelta del governo di Matteo Renzi rappresentato dalla delegazione italiana all’Unesco.

dall'inviato GIAMPAOLO PIOLI