Massimo Sacco
Massimo Sacco

Roma, 23 gennaio 2019 - "Amore mio hai novità? Mi rimane poco tempo. Ho fatto a botte fino adesso per riuscire a fare ‘sta telefonata". Inizia così, tra le lacrime, il disperato appello "a difesa dei diritti umani e della sua stessa vita" che Massimo Sacco, 53 anni, ha dettato alla sua compagna Monia Moscatelli dal carcere di Abu Dhabi. 

Con la preghiera di diffondere la registrazione della telefonata, l’imprenditore italiano, di origini romane, ha ripercorso la vicenda che lo vede da quasi un anno dietro le sbarre delle prigioni emiratine con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Ricatti, terribili torture e cure inadeguate. C’è tutto questo nel racconto di Sacco.

Tutto ha inizio la sera del 3 marzo dello scorso anno, quando, in compagnia di un altro italiano, Sacco partecipa a una festa al Barasti, un locale alla moda sul lungomare di Dubai. Dopo qualche drink di troppo l’imprenditore e il suo amico si ritrovano in spiaggia ubriachi. A quel punto Sacco, che pur avendo avuto in passato problemi di droga si dichiara innocente, ha raccontato di essere stato avvicinato da un uomo che gli ha consegnato una busta di cocaina. Verrà arrestato quella stessa notte dai poliziotti nella sua abitazione. Sotto la pressione degli inquirenti il suo amico dichiara che Sacco è il suo spacciatore. Così dopo sette mesi di detenzione alla stazione di polizia di Al Barsha, Sacco viene trasferito nella prigione federale ‘Al Sadal 4’ ad Al Wathba (Abu Dhabi). 

Per l’imprenditore, residente negli Emirati Arabi dal 2013, "titolare unico di una società di ristrutturazione con appalti milionari per la realizzazione di negozi di abbigliamento", è l’inizio di un incubo. "Dopo il mio arresto, con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, per soli 10 grammi di cocaina, senza nessuna prova oggettiva, hanno fatto di tutto per farmi confessare. Ho subito ricatti e botte atroci", denuncia Sacco. "Hanno costretto anche la mia compagna a spogliarsi nuda davanti a 10 agenti, tutti uomini e ad andare con loro in carcere per una intera notte", aggiunge. Pressioni alle quali l’imprenditore racconta di aver ceduto in cambio "dell’immediato rilascio della sua compagna", confessando il falso e dichiarando di aver importato la droga dall’Italia. Ammissione non banale: negli Emirati il traffico di stupefacenti è punito con la pena capitale.

Affetto da microcitemia (una forma di anemia), Sacco afferma che, in mancanza di cure, le sue condizioni nell’ultimo anno si sono aggravate tanto da mettere a serio rischio la sua vita. Ma non è tutto. Dopo la lettera aperta inviata, lo scorso dicembre, dalla sua compagna alle autorità italiane Sacco nel suo recente audio messaggio è tornato a raccontare delle condizioni disumane in cui è detenuto e delle torture subite dalle guardie carcerarie. Racconta di essere stato legato e tenuto nudo per giorni al freddo, di avere le costole incrinate e aver subìto scosse elettriche ai genitali. Un grido di aiuto che Sacco rivolge anche al Papa in vista della sua visita negli Emirati a febbraio. Intanto dal ministero degli Esteri fanno sapere che il suo caso è seguito dal principio con la massima attenzione dall’Ambasciata d’Italia ad Abu Dhabi, in stretto raccordo con la Farnesina.