Venerdì 12 Aprile 2024

Lo storico delle religioni: "Scontro senza precedenti fra Vaticano e Israele. La Santa sede si schiera perché non vede la luce"

Alberto Melloni: “Il diplomatico vaticano non parla a caso, interpreta il pensiero del Papa. Manca un piano per il dopoguerra, e la Chiesa deve perseguire la pace"

Roma, 15 febbraio 2024 – Il botta e risposta tra il cardinale Pietro Parolin e l’ambasciata d’Israele in Vaticano è il punto più basso nelle relazioni tra Santa Sede e Stato ebraico. "Non mi vengono in mente precedenti altrettanto duri, c’è sempre stata grande cautela", dice il professor Alberto Melloni, storico delle religioni.

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"Il diritto di Israele a difendersi non giustifica 30mila morti”, sostiene Parolin. Il segretario di Stato Vaticano immaginava di scatenare la reazione di Tel Aviv con quelle parole?

"È un diplomatico troppo esperto per non mettere in conto le conseguenze delle sue dichiarazioni. Parolin è il braccio destro del vicario di Cristo, fa la volontà del Papa. Ha voluto assumere una posizione netta sapendo che sarebbe costato qualcosa".

Eppure dopo il 7 ottobre lo stesso Parolin aveva condannato nettamente Hamas.

"Certo, e fu giusto farlo. Ma la Santa Sede, così come noi che viviamo in Occidente, fatica a comprendere che il 7 ottobre ha messo in discussione non solo la sicurezza, bensì l’esistenza stessa di Israele. Non è stato un attentato terroristico, ma il modo che Hamas ha scelto per dire alla terza generazione di israeliani che vivrà la stessa persecuzione scatenata nell’Europa degli anni Trenta".

Alberto Melloni
Alberto Melloni

Per quale motivo il Vaticano ha deciso di criticare Israele proprio in questo momento?

"Perché non si vede un piano per il dopo. Non c’è una via d’uscita, e il numero dei morti ha raggiunto quello delle vittime americane nella guerra del Vietnam".

L’ambasciata israeliana in Vaticano ha definito «deplorevoli» le parole di Parolin.

"È stato un errore usare proprio la stessa parola con cui il decreto Nostra Aetate affrontava il tema dell’antisemitismo".

Nel 1986 Giovanni Paolo II chiamò gli ebrei fratelli maggiori, ma nell’armadio della Chiesa ci sono molti scheletri. Quanto pesa la storia?

"Pesa eccome. La Chiesa cattolica sa bene che non basta un concilio come il Vaticano II per emanciparsi da quella storia".

E quanto incide la questione Terra Santa, con i rapporti complicati fra i tre grandi monoteismi?

"L’assalto di Hamas, che è una costola della Fratellanza musulmana, è stato messo in atto nel nome di al-Aqsa, la città santa: ai miliziani non interessa il riconoscimento di uno Stato palestinese, ma la fondazione di uno Stato islamico, quindi la cancellazione di Israele".

Il Vaticano ha sempre invocato la pace, Israele rivendica il diritto a combattere per la propria sicurezza. Esigenze inconciliabili?

"Ora è difficilissimo trovare un filo comune. In questa terza guerra mondiale a capitoli che ha trovato il suo rilegatore, la Chiesa ha il dovere di non darsi pace per trovare la pace".

È ipotizzabile un ruolo diplomatico della Santa Sede in Medio Oriente sulla falsariga della missione di Zuppi per l’Ucraina?

"Non credo ci siano margini. La situazione è molto più incancrenita. Neppure attori esterni come Stati Uniti e Cina sono in grado di fermare questa guerra. Il cardinale Pizzaballa conosce molto bene il territorio, e ha con lo Stato ebraico i normali rapporti che il Patriarca di Gerusalemme deve avere, ma non è ipotizzabile per lui un ruolo da negoziatore".