Colonna di blindati turchi nel porto di Tripoli (Dire)
Colonna di blindati turchi nel porto di Tripoli (Dire)

Parigi, 22 maggio 2019 - In Libia parlano le armi, mancano le condizioni per un cessate il fuoco. Ricevuto a Parigi dal presidente Emmanuel Macron, il generale Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica sostenuto dal Cairo che nei giorni scorsi, con una manovra a tenaglia, ha spinto le sue truppe alle porte Tripoli, ha messo le carte in tavola. E ha detto chiaro e tondo che non ha intenzione di allentare la presa in questa fase della partita. Del resto, ci sono grossi interessi in gioco, un fiume di soldi dal petrolio prima di tutto. Quando il titolare dell'Eliseo gli ha chiesto un primo passo concreto per fermare la guerra, una pausa delle ostilità in Libia, sotto l'egida delle Nazioni Unite, Haftar si è disimpegnato, così si apprende da fonti istituzionali citati dalle agenzie. E proseguendo nei colloqui il generale ha precisato che i presupposti per una ripresa del dialogo sono insufficienti. A scanso di equivoci ha aggiunto che in Libia proprio "non ci sono al momento le condizioni per un cessate il fuoco" ma che è "necessaria una ripresa del dialogo politico per uscire dalla crisi". Niente tregua per ora.

Dal punto di vista del tributo di sangue, il bilancio è tragico. Si registrano almeno 510 morti e 2.467 feriti da quando è iniziata l'offensiva militare lanciata in Libia, e la battaglia infuria tuttora. Lo rende noto l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) nel suo ultimo rapporto. Il portavoce del ministero della Sanità, Fawzi Onis, ha scritto in un comunicato che si contano tra le vittime anche tanti civili. Il ministero, ha aggiunto, ha distribuito fondi a dieci municipalità in modo da migliorare l'assistenza sanitaria agli sfollati e la distribuzione di medicine.

Proprio nel momento in cui Haftar incontrava il presidente francese all'Eliseo, il capo del consiglio presidenziale libico, Fayez al-Serraj, ha incontrato a Tunisi il presidente Beji Caid Essebsi. Al termine del colloquio, ha riferito l'agenzia di stampa Dpa, Serraj ha ribadito di credere ancora alla possibilità di una soluzione politica nonostante la recrudescenza nei combattimenti che hanno tenuto banco anche nelle ultime ore alla periferia sud della capitale libica. Serraj ha dichiarato che se le parti in guerra decidessero di tornare al tavolo dei negoziati le condizioni in ogni caso saranno "diverse rispetto a quelle che erano prima del 4 aprile", il giorno in cui il generale Haftar ha annunciato l'inizio di un'offensiva per "liberare Tripoli dai terroristi".

Lo stallo dell'offensiva militare lanciata il 4 aprile dal generale Haftar su Tripoli e le crescenti difficoltà finanziarie dell'Est della Libia rischiano di dare vita "a una nuova grande disputa sui proventi del petrolio" tra i due governi che dal 2014 si contendono il controllo del Paese nordafricano. E a fronte di tale scenario risulta "cruciale la posizione americana", ha dichiarato ad askanews Claudia Gazzini, analista esperta dell'International Crisis Group (Icg), il think tank che ha lanciato l'allarme su "un'incombente crisi bancaria potenzialmente esplosiva che potrebbe ulteriormente destabilizzare la Libia". Nel suo rapporto, l'analista ha ricordato le restrizioni imposte ad aprile dalla Banca centrale libica "a diverse banche commerciali dell'Est del Paese, che insieme coprono il 30% delle esigenze di liquidità bancaria libica", ammonendo sul rischio che "se la Banca centrale dovesse rafforzare ulteriormente le misure restrittive, questo comprometterebbe le capacità del governo dell'Est di pagare i dipendenti e le forze di Haftar". "Sembra più che probabile lo scenario di una guerra economica, anche perchè abbiamo sentito che in conversazioni private Haftar ha nuovamente minacciato di chiudere i pozzi e i terminal ed quindi è probabile che da parte di Tripoli continui l'atteggiamento di noncuranza nei confronti dei problemi bancari dell'Est. Il che potrebbe portare a una paralisi del sistema di finanziamento nell'Est libico, a una chiusura dei terminal da parte di Haftar e a una nuova grande disputa sui proventi del petrolio", ha affermato Gazzini.

L'uomo forte della Cirenaica controlla da anni gran parte dei siti petroliferi, ma non può vendere il greggio, a fronte delle risoluzioni Onu che autorizzano in tal senso solo il colosso petrolifero libico National Oil Corporation. I proventi del petrolio vengono poi depositati in conti controllati dalla Banca centrale, a cui spetta il compito di erogare i fondi nel Paese. Il presidente della Noc, Mustafa Sanalla, ha ammonito nelle scorse settimane contro la "militarizzazione" delle strutture petrolifere, e già l'8 maggio scorso, in un intervento pubblicato su Bloomberg, aveva fatto sapere di essere in possesso di "documentazione che dimostra che sono in atto tentativi di vendere petrolio libico in modo illegale attraverso enti paralleli".

Già in passato Haftar ha tentato di vendere il greggio, venendo però bloccato dagli Stati Uniti. "Nel 2014 furono gli americani che mandarono i Seals, le forze speciali, a bloccare una nave che tentava di vendere petrolio libico fuori dai canali ufficiali - ha ricordato Gazzini - ma era un'altra Casa Bianca".

Con gli sviluppi nel Golfo, con le crescenti tensioni con l'Iran, diventa strategicamente importante per gli Usa mantenere un rapporto di forte alleanza con Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti, sponsor del generale. In tale contesto, oggi gli Stati Uniti potrebbero giustificare la vendita del petrolio fuori dai canali legali "come una necessità e se dovesse permanere il sostegno americano ad Haftar potremmo forse vedere gli Usa più disposti a giocare un nuovo gioco". Anche perché, è la riflessione dell'analista, "la priorità della Casa Bianca in questo momento è quella di mantenere un flusso di vendite internazionali di petrolio, per tenere stabili i prezzi", per cui "garantire un flusso continuo dalla Libia fa parte di queste priorità strategiche americane".