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16 mar 2022

Leopoli, ultimo bastione ucraino. Gli addii di chi va al fronte, la paura di chi resta

La città vicina al confine polacco teatro di tante separazioni, tra chi va a combattere, alle mogli e figli che vanno in direzione opposta: verso un luogo sicuro in Occidente

16 mar 2022
romano maniglia
Esteri
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Addii alla stazione di Leopoli (Romano Maniglia)
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Addii alla stazione di Leopoli (Romano Maniglia)

Leopoli, 16 marzo 2022 - Leopoli, a circa 90 km dal confine con la Polonia, rappresenta l’ultimo baluardo dove arroccarsi per la resistenza ucraina. È qui che oggi si raccoglie la maggior parte dei profughi in fuga dalle città bombardate del Centro e dell’Est del Paese. È qui che arrivano e vengono distribuiti gli aiuti umanitari provenienti da tutta Europa.

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In queste settimane le stazioni dei treni e dei pullman sono diventate il centro pulsante della città e il teatro di tante separazioni. Tantissime donne e bambini arrivano qui per lasciare il Paese. Vengono da Kiev, Karshiv, Lugansk, Odessa. Hanno vissuto in prima persona i bombardamenti russi ed hanno affrontato viaggi lunghissimi in condizioni precarie. Alcuni nuclei familiari partono per raggiungere qualche amico o parente nell’Unione Europea, altri partono senza sapere dove andare. La priorità è semplicemente mettersi al sicuro.

Gli uomini, invece, restano in patria. L’ordine di mobilitazione generale vieta ai maschi di età compresa tra i 18 e i 60 di lasciare il Paese. Ecco, la guerra fa anche questo: allenta le relazioni e crea strappi dolorosi. Bambini che salutano i padri piangendo. Fidanzati che si baciano con l’intensità dell’ultima volta. Anziani che procedono a fatica verso i binari, sfiniti. Tante storie di vite modellate dalla guerra e sulla guerra.

Ci sono poi molte persone che preferiscono trattenersi a Leopoli, temporeggiare prima di decidere se lasciare definitivamente il proprio Paese. Le proprie case e i propri affetti. La popolazione della città ha messo in moto in pochissimo tempo una macchina di sostegno e aiuto ai profughi. Le persone si sono reinventate. Le scuole e gli stadi sono diventate centri di accoglienza. Ho visitato una scuola nella periferia Sud e ho ascoltato tante storie diverse.

Svetlana, 60 anni, mi ha raccontato di arrivare da Irpin, città fortemente colpita dall’esercito russo. Si è nascosta per dodici giorni in uno scantinato prima di riuscire a fuggire e arrivare a Leopoli. "Avevo i carri armati russi in giardino e quando uscivamo per cercare l’acqua i russi ci sparavano addosso", mi dice aprendo disperatamente le braccia più volte.

Poi ci sono Julia e Veronika, una mamma con la sua bambina che vengono da Lugansk. Mi raccontano che nel 2014 – all’inizio della guerra nel Dombass – hanno dovuto abbandonare la loro casa e si sono trasferite a Kiev. Hanno ristrutturato una nuova casa nella capitale, ma adesso non sanno nemmeno se è ancora in piedi. Mentre Julia mi rivela la loro storia, la figlia scoppia in lacrime e la abbraccia. L’ennesima storia di strappi.

Nei giorni scorsi la cattedrale di Leopoli ha ospitato i funerali di alcuni soldati ucraini morti al fronte. Ho visto la dignità composta del dolore delle madri e negli sguardi dei compagni che reggevano le foto dei caduti. Eroi moderni di un’anacronistica civiltà dell’onore. Durante i funerali risuona per un attimo la sirena antiaerea. Nessuno si muove. Sembra quasi una beffa del destino.

Negli ultimi giorni gli allarmi anti-aerei hanno suonato più volte a Leopoli. Per fortuna la città non è stata mai colpita. Gli abitanti stanno imparando a convivere con il suono cupo e terrificante della paura. Correre in fretta nel cuore della notte nei rifugi sotterranei. E poi uscire fuori e provare, nonostante tutto, a vivere giorno dopo giorno una specie di strana quotidianità.

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Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
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Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
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Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
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Leopolo, (Fotografie di ROMANO MANIGLIA)
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