Un bocciolo di papavero da oppio
Un bocciolo di papavero da oppio

La chiameremmo agricoltura tradizionale, se non fosse che è uno dei flagelli della società occidentale. Eppure, la coltivazione dell’oppio non è altro che una pratica agricola, consolidata nei secoli. E proprio per questo è impossibile per un afghano, soprattutto per quelli che vivono nei villaggi delle provincie del sud, comprendere che è il male assoluto.

Oltremodo difficile è spiegare come sia necessario convertire quelle coltivazioni con altre colture, visto che da ogni ettaro si ricavano mediamente dai 15 ai 20 chili di oppio nelle annate buone. In Occidente siamo soliti definirlo “business” ed è quello che a modo loro comprendono anche gli afghani: la redditività negli ultimi dieci anni si è addirittura triplicata e ha spinto a un incremento dell’area coltivata del 7%. Le piantagioni sono aumentate del 36% negli ultimi dodici anni. È una battaglia persa per noi occidentali: il papavero essiccato, infatti, frutta ai coltivatori 240 euro al chilo. Improponibile altra coltura se si pensa che un chilo di fagioli non viene pagato neppure 2 euro. A conti fatti, si stima che il totale della produzione annuale di oppio afghano sia di poco superiore alle 5.800 tonnellate.

Una volta raffinato l’oppio dall’Afghanistan fornisce al mondo dei narcos oltre 600 tonnellate di eroina all’anno. L’incremento degli affari legati al traffico di stupefacenti nel Paese è impressionante. Si è passati dai circa 10miliardi di euro (ogni fine giugno quando le produzioni sono già eroina da commercializzare) agli oltre 16,34 miliardi di dollari dell’ultimo periodo; praticamente il 60% del PIL afghano. I talebani non sono solo i barbuti violenti che immaginiamo; sono anche abili imprenditori del narcotraffico. Negli ultimi cinque anni hanno avuto la capacità di trasformare l’industria dell’oppio. Da Paese esportatore grezzo hanno impresso un cambio radicale creando un avanzato sistema di raffinazione in eroina, della quale poi curano con attenzione anche il commercio mondiale attraverso i canali d’uscita dall’Afghanistan, ben presidiati dai talebani a Nord, a Ovest e a Sud del Paese.

Dal Passo di Khaybar, una strettoia lunga quasi 50 chilometri nella valle del fiume Kabul sul confine con il Pakistan, transita l’eroina prodotta nelle province afghane a maggior produzione, Helmand e Kandahar. Eroina che poi dal Pakistan raggiunge la Cina via terra, mentre arriva in Africa, Oceania e America attraverso la Costa Arabica, passando per l’Iran e la Turchia, e da lì poi approda sul mercato europeo. I passi del nord sono presidiati dai talebani che si garantiscono il commercio attraverso i tre Paesi centro-asiatici confinanti: Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan. È questa la nuova Via della seta, da dove transita almeno il 50%, se non il 60%, dell’eroina totale raffinata in Afghanistan.

Senza poi dimenticare i diversi valichi verso l’Iran in cui si ferma una buona parte della droga per il consumo interno. In realtà, questa rotta è quella che rifornisce l’Europa attraverso la Turchia: dalle sue province orientali Hakkari, del Van e Igdir, sul confine con l’Azerbaycan-e-Khavari in Iran arriva un fiume di droga fino ad Istanbul, verso l’Europa centrale, e dall’Anatolia a nord, verso l’Ucraina e la Russia. In Europa, quindi, arriva circa il 30% dell’intera produzione di eroina afghana attraverso la rotta balcanica tra l’Albania, la Serbia, il Kosovo e il Montenegro fino al sud dell’Italia.

Solo per statistica non va dimenticato che solo in Afghanistan i consumatori regolari di droga si aggiravano intorno a 1,5 milioni di persone, su una popolazione di circa 23 milioni. È questo il commercio mondiale fiorente che alimenta la cassaforte talebana e quella della corruzione più in generale. Basti pensare che, ad esempio, i talebani hanno imposto ai contadini coltivatori di oppio una tassa del 5% sul ricavato totale dell’oppio prodotto su ogni appezzamento di terreno. A dire il vero, sul prezzo finale ai produttori va circa il 20%. Il restante 75% è spartito tra funzionari di governo, polizia, mediatori, trafficanti locali e signori della guerra, che spesso sono le stesse persone.