Donne nel mirino nell’Afghanistan dei talebani (Ansa)
Donne nel mirino nell’Afghanistan dei talebani (Ansa)
"Tutto il mondo lavora allegramente per la Cina. E tra i leader internazionali nessuno sembra rendersene conto". Dall’Italia, sua patria adottiva, l’angloscozzese David W. Ellwood, già docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Bologna e ora senior professor di Studi europei e euroasiatici alla Johns Hopkins, valuta la crisi afghana con lenti progressive. E cosa vede? "Un impressionante punto di svolta. In questo caso, una valutazione esclusivamente geopolitica rischia di essere riduttiva. La posta in palio è più alta". La descriva. "Tutte le nazioni in uscita da conflitti sanguinosi hanno necessità di un modello di sviluppo. In...

"Tutto il mondo lavora allegramente per la Cina. E tra i leader internazionali nessuno sembra rendersene conto". Dall’Italia, sua patria adottiva, l’angloscozzese David W. Ellwood, già docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Bologna e ora senior professor di Studi europei e euroasiatici alla Johns Hopkins, valuta la crisi afghana con lenti progressive.

E cosa vede?

"Un impressionante punto di svolta. In questo caso, una valutazione esclusivamente geopolitica rischia di essere riduttiva. La posta in palio è più alta".

La descriva.

"Tutte le nazioni in uscita da conflitti sanguinosi hanno necessità di un modello di sviluppo. In Afghanistan gli Stati Uniti e l’Occidente avevano un’occasione ma hanno fallito. E ora la Cina, riconoscendo immediatamente il regime talebano, esporta il suo modello di sviluppo in un’area di assoluta valenza strategica. Un modello di sviluppo che non è solo economico ma anche identitario. Con la sua trafficata Via della Seta la Cina movimenta non solo beni e servizi, ma anche un’idea autoritaria dello Stato intrisa di orgoglio nazionalista. Un format che può essere replicato da chi entra nella sfera di influenza di Pechino con reciproca soddisfazione".

L’Afghanistan tribale avrà bisogno di tutto.

"E la Cina sarà lì, paziente e puntuale, tra autostrade da costruire e terre rare da capitalizzare per i suoi colossi della tecnologia replicando la politica avviata in Africa e in America latina. In questo caso con l’ulteriore vantaggio di monitorare da vicino i talebani contrastando eventuali contaminazioni con l’area islamica degli uiguri, e di saldare l’asse con il Pakistan stretto alleato regionale contro il comune competitor indiano".

Anche Russia e Turchia, già attori dominanti in Libia, smaniano per intestarsi un ruolo.

"E l’avranno, grazie al fatto che Kabul vorrà giocare su ogni sponda, però sarà soltanto un ruolo politico. Perché la Russia ha sì eccellente capacità diplomatica ma non ha alcun modello economico da offrire. E perché la Turchia, al di là del crescente protagonismo di Erdogan, non ha la forza per giocare una simile partita. Il vero obiettivo di Putin è sorvegliare da vicino i talebani e scongiurare che l’Islam radicale infetti le confinanti ex repubbliche sovietiche. Il vero obiettivo di Erdogan è evitare che la situazione umanitaria precipiti innescando nuovi incontrollati flussi migratori. Problema che ha anche l’Iran".

L’Occidente?

"Allo sbando. Gli Stati Uniti hanno giocato una partita solitaria a spese della Nato e di tutti gli alleati storici, persino nella vicina area mediorientale. Nella vicenda afghana Arabia e Qatar non hanno avuto alcun ruolo. Anche Israele non ha toccato palla".

In Europa chi sta peggio?

"Una brutta gara tra perdenti. Il Regno Unito è forse quello che soffre di più. La crescente dipendenza geopolitica, economica, industriale e anche psicologica da Washington sta generando un vero psicodramma".

Nella Ue sembra che il problema Afghanistan sia solo una questione di flussi migratori.

"E questo la dice lunga su come gli egoismi nazionali stiano minando la capacità di analisi".

Che voto dà all’Italia?

"Draghi si è distinto per prontezza di riflessi e richiesta del G20. Ora proverà a dare la sveglia a Bruxelles. Perché tra Libia, Tunisia, Libano e Balcani anche nel Mediterraneo i dossier irrisolti sono troppi"