Dr. Thierno Baldé
Dr. Thierno Baldé

La 76° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si è tenuta qualche giorno fa a New York, è stata l’occasione per parlare della situazione dei vaccini in Africa. Dal presidente statunitense Joe Biden al colombiano Ivan Duque Marquez, fino al filippino Rodrigo Duterte, sono stati molti i leader a chiedere una cooperazione maggiore per porre un freno a quelli che il presidente ruandese Paul Kagame ha definito «sfortunati esempi di disuguaglianza». Al di là dell’impegno dei paesi più ricchi (il 22 settembre USA e UE hanno diramato un comunicato congiunto in cui si promettono investimenti maggiori per acquistare vaccini per l’Africa), la situazione è complessa e i numeri sono sconfortanti, come spiega il dottor Thierno Baldé, Deputy Incident Manager dell’OMS per l’emergenza Covid 19 in Africa, che dal suo ufficio di Brazzaville, in Repubbica del Congo, lancia un grido di allarme.

 

Dottor Baldé, qual è, a oggi, la situazione pandemica in Africa?

«Vediamo un numero crescente di contagi. Il maggior numero di casi riportati è nel sud e nell’est del continente: Sudafrica, Zambia, Namibia, Uganda. A parte la diffusione delle varianti, le cause principali sono dovute al non rispetto delle norme sul distanziamento sociale e alle pochissime vaccinazioni. Questo mix è letale».

L’Africa è attraversata dall’Equatore. Questo vuol dire che mentre al nord è inverno, al sud è estate e viceversa. Questo incide sulla circolazione del virus?

«Incide tantissimo. Non c’è mai un attimo di tregua per noi. Questa continua inversione ci costringe a essere efficienti e a tenere sotto controllo gli stati singolarmente, o per macroaree. Quando fa freddo il virus si diffonde più facilmente: contemporaneamente però, i casi diminuiscono nei paesi in cui fa caldo. È un aspetto di cui spesso non si tiene conto, ma che invece ha una grande importanza».

I leader del mondo parlano spesso della scarsità dei vaccini per l’Africa. Il quadro è così drammatico?

«Decisamente. Abbiamo consegnato il 70% delle dosi che avevamo a disposizione e ci siamo accorti subito del grande effetto che queste hanno nel contrastare il contagio. Se potessimo scegliere, preferiremmo avere vaccini monodose, per riuscire a raggiungere le aree più remote del continente, come quelle delle grandi foreste, dove è molto difficile seguire una persona, ma ci accontentiamo di qualunque vaccino, anche se meno gestibile a livello pratico».

Una sfida continua.

«Una sfida che non possiamo vincere con questi numeri: solo il 2% della popolazione africana ha avuto il vaccino… una percentuale bassissima».

E allora cosa si può fare?

«Bisogna necessariamente aumentare le dosi a disposizione dei paesi africani. Solo così tutto il mondo potrà beneficiare degli effetti positivi della campagna vaccinale».

Questo però evidenzia tutti i problemi di Covax, il piano delle Nazioni Unite per diffondere i vaccini in tutto il mondo.

 

Il sistema Covax ha dei limiti, dovuti principalmente al rapporto tra i paesi che ne usufruiscono e le case farmaceutiche, che hanno promesso delle quantità di vaccino che poi non sono state capaci di consegnare. Siamo molto lontani dal risultato che ci siamo prefissati. Abbiamo ricevuto qualche aiuto dalla comunità internazionale, anche in termini di equipaggiamento medico, ma siamo molto lontani da ciò che ci servirebbe. Gran parte della spesa grava sulla sanità pubblica, che in alcuni paesi africani è quasi inesistente».

E infatti gli ospedali sono al collasso…

«Gli ospedali sono messi a dura prova, ma succede in tutto il mondo. È una problematica comune che è difficile da gestire. Certo, in un continente come l’Africa, dove i casi riportati sono minori, ma i contagi avvengono più velocemente, il rischio è che tutto si aggravi con più facilità, ma monitoriamo la situazione costantemente. Le nuove varianti hanno velocizzato il riempimento degli ospedali, ma, almeno finora, non si segnalano particolari sofferenze in termini numerici».

In Africa ci sono comunità e stati che sono apertamente negazionisti. Cosa fa l’OMS per contrastare questi fenomeni?

«Questa è una grande insidia, ma l’OMS non può far nulla. Non è comunque un fenomeno solo africano: abbiamo visto disinformazione in Europa, in America, in Asia… purtroppo abbiamo potuto solo collaborare con le piattaforme social per creare un sistema informativo basato sui fatti e sulla scienza. Non riusciamo a raggiungere tutti, ma non possiamo fare pressione sulle singole comunità o addirittura sugli stati. Sicuramente grazie al nostro sistema tante persone hanno cambiato idea nel corso del tempo».

Qual è la sua previsione sul futuro? Quando l’Africa uscirà dalla crisi pandemica?

Credo che i prossimi mesi saranno cruciali per l’Africa: se riuscissimo a ottenere più vaccini avremmo il boost definitivo. Questo allenterebbe la sofferenza della sanità pubblica, ma anche quella dei cittadini che da quasi due anni ormai sono costretti a restrizioni o a situazioni di pericolo. Finché non arriveranno però, sarà difficile fare una stima temporale per capire quando il continente uscirà dalla pandemia. L’OMS ha contattato molte autorità internazionali a vario livello per avvertire delle conseguenze a cui si andrebbe incontro se non si ponesse rimedio a questa disuguaglianza. Spero che tutto ciò finirà presto e che i casi comincino a scendere, ma al momento fare una stima è davvero impossibile perché non abbiamo i mezzi necessari per poter agire.