La caduta di Joe Biden sulle scale dell'Air Force One (Ansa)
La caduta di Joe Biden sulle scale dell'Air Force One (Ansa)
Può uno scivolone cambiare la storia del mondo? Sì, può. Mi trovavo a Salisburgo il 1 giugno 1975. Arriva l’Air Force One. Il presidente Gerald Ford, repubblicano, scende dalla scaletta. Inciampa, finisce a terra. Due mesi dopo, il 1 agosto, ero a Helsinki. Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa. Gli Stati Uniti riconoscono il principio dell’inviolabilità delle frontiere e con ciò sanzionano il dominio sovietico sull’Europa dell’est. Quale il nesso? Nessuno in apparenza. Ma si dà il caso che in quei due mesi dovesse essere finalizzato lo storico documento. E il presidente sovietico Breznev dallo scivolone e dal commento velenoso del filodemocratico New York Times ("Ford...

Può uno scivolone cambiare la storia del mondo? Sì, può. Mi trovavo a Salisburgo il 1 giugno 1975. Arriva l’Air Force One. Il presidente Gerald Ford, repubblicano, scende dalla scaletta. Inciampa, finisce a terra. Due mesi dopo, il 1 agosto, ero a Helsinki. Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa. Gli Stati Uniti riconoscono il principio dell’inviolabilità delle frontiere e con ciò sanzionano il dominio sovietico sull’Europa dell’est. Quale il nesso? Nessuno in apparenza. Ma si dà il caso che in quei due mesi dovesse essere finalizzato lo storico documento. E il presidente sovietico Breznev dallo scivolone e dal commento velenoso del filodemocratico New York Times ("Ford non riesce contemporaneamente a masticare il chewing gum e a scendere le scale") trasse un’impressione di debolezza. Ordinò ai suoi di tenere duro sulla concessione capitale.

Trasferiamoci ai giorni nostri. L’altro ieri, come abbiamo riportato, il democratico Joe Biden sale la scaletta dell’Air Force One, l’aereo presidenziale. Inciampa, si rialza, inciampa di nuovo, si rialza, cade per la terza volta. Il New York Times scrive che si è ripreso "al cento per cento". Ma le immagini contano più delle parole. E quelle diffuse dalla filorepubblicana Fox fanno il giro del mondo. Poco dopo le agenzie riportano della rissa verbale fra cinesi e americani. Gli emissari di Pechino accusano gli americani di oppressione e razzismo. Ad Anchorage, Alaska, su suolo americano. Anche per loro lo scivolone era diventato una proiezione indicativa? Era questo il leader dell’America post trumpiana? Biden ha 78 anni, ha avuto due aneurismi al cervello ed è imbottito di pillole.

Secondo neurologi non schierati il presidente manifesta da tempo un deficit cognitivo. In altri termini, sintomi sporadici di demenza senile. E nel bel mezzo della pandemia. Sguardo spento, fragilità fisica e mentale, scelta delle parole. Vladimir Putin è un "assassino". Può darsi, ma non si dice. Kamala Harris è il "presidente". Invece è la sua vice. Lapsus linguae? Se è vero, come sostiene Sigmund Freud, che il lapsus è una forma di espressione indiretta dell’inconscio, ogni scenario diventa ipotizzabile. Biden lascerà presto? I democratici moderati e i repubblicani fanno gli scongiuri. Un paradosso. Temono che la pasionaria sposti ancor più a sinistra l’asse del governo. In quasi due secoli e mezzo, nove volte i vice sono diventati presidenti. Non ci sono elezioni anticipate. La Casa Bianca si affretta a ripubblicare il bollettino medico: il presidente è "sano e vigoroso".

Ma ora l’attenzione si concentra su giovedì prossimo. A due mesi dall’insediamento – mai tanto tardi – Biden terrà la sua prima conferenza stampa. Lo salverà il teleprompter con le risposte preconfezionate? Più di quello che dirà conterà come lo dirà. E Putin, Xi, Kim, gli ayatollah ne trarranno indicazioni. Quanto resisterà il 46 esimo presidente? Arriverà alla fine del mandato, novembre 2024? O lascerà prima, già il prossimo anno dopo le elezioni di medio termine?

La salute di un presidente è certificata ogni anno. Franklin Delano Roosevelt si presentò a Yalta debilitato sulla sedia a rotelle e regalò a Stalin l’Europa dell’est. Da allora massimo due mandati alla Casa Bianca. Lo stesso John Kennedy, sofferente alla schiena, fece a Kruscev un’impressione di sprovvedutezza. Vienna, 4 giugno 1961. Due mesi dopo veniva eretto il muro di Berlino. Un anno dopo i missili sovietici arrivavano a Cuba.
cesaredecarlo@cs.com