Roma, 8 settembre 2018 - Jack Ma, il fondatore di Alibaba, l’uomo più ricco della Cina, lascia la guida del colosso dell’e-commerce per andare a occuparsi di beneficenza. Lo ha svelato lui stesso secondo quanto riporta il New York Times, spiegando che darà dopodomani le dimissioni, nel giorno del suo 54° compleanno, che in Cina coincide con la festa nazionale dell’insegnante, la sua professione iniziale. Con un patrimonio stimato (da Forbes) in 36,6 miliardi di dollari, il fondatore proprietario e presidente esecutivo del colosso è considerato lo Steve Jobs del Celeste Impero. Vuole dedicarsi d’ora in poi solo alla filantropia e promuovere attività umanitarie senza scopo di lucro anche perché, come lui stesso ha detto in un'intervista di qualche tempo fa, "non voglio morire in ufficio ma in spiaggia, sotto un ombrellone".

La scelta di dedicarsi alla filantropia poi lo mette sullo stesso piano di altri miliardari che, arrivati in cima alla classifica, si sono convertiti al no profit. Un nome su tutti, quello di Bill Gates di Microsoft, antesignano del capitalismo filantropo. ora impegnato a promuovere benessere e istruzione dei bambini africani attraverso campagne vaccinali, alfabetizzazioni e diffusione di supporti informatici. Anche Mark Zuckerberg, anima di Facebook, ha seguito l’esempio, e si è convinto a donare metà del suo sterminato patrimonio per attività benefiche proprio quando veleggiava all’apice del successo.

Tornando al caso di Jack Ma, la creatura che ha messo in piedi è una macchina da soldi, vale 420 miliardi di dollari. L’industriale simbolo della nuova economia potrebbe vivere di rendita, ritirarsi dalla vita pubblica per godersi i suoi risparmi, invece continuerà a stare sotto i riflettori e rimboccarsi le maniche ogni giorno. Solo che il suo fiuto per gli affari lo devolverà a fin di bene, al servizio della collettività, si impegnerà in progetti che ridistribuiscano la ricchezza, migliorando le condizioni di vita dell’umanità intera.

Ex professore universitario d’inglese, Jack Ma ebbe l’intuizione di aprire una piattaforma di e-commerce pensata per l’enorme mercato cinese nel 1999, quando Pechino si apriva al mondo. Si lanciò anima e corpo nell’avventura insieme ad altri 17 partner, compresi alcuni suoi studenti. In dieci anni il peso della Cina nelle transazioni mondiali, supportate dai moderni sistemi di compravendita elettronica, è passato dall’1% fino al 40%, secondo i dati di McKinsey & Company.

Jack Ma scelse questo nome, Alibaba, perché sintetizzava bene l’idea del commercio, dello scambio, un concetto evocativo riconoscibile internazionalmente. Ha poi spiegato che l’idea gli venne quando viveva negli Stati Uniti, non riusciva a trovare lavoro per sbarcare il lunario, e non riusciva a trovare su internet la birra Qingdao che gli piaceva tanto. Pensò che servisse un sito tramite il quale le piccole aziende potessero trovare uno spazio per operare su scala globale, dal produttore al consumatore. Convinse gli amici a farsi prestare 60mila dollari per realizzare il primo portale, in modo da offrire vari servizi, che fossero un mix di Amazon, eBay e Google shopping. Il codice sorgente dell’interfaccia web venne compilato nel suo appartamento di Hangzhou. Alibaba è sbarcata a Wall Street due anni fa, ormai lanciatissima. Ma già cinque anni fa Jack Ma aveva fatto intendere che si sarebbe dedicato ad altro. Aveva iniziato a diradare gli impegni, passando sempre più deleghe a Daniel Zhang, general manager destinato a raccogliere lo scettro dalle mani del capostipite. «Per me è l’inizio di una nuova era», ha detto Jack Ma, annunciando l’intenzione di dedicarsi a tempo pieno alla filantropia, assicurando che comunque resterà nel board del gruppo, del quale è il guru indiscusso.

Ma perché i miliardari del calibro di Bill Gates, Mark Zuckerberg, George Soros e ora anche Jack Ma, elargiscono somme immense a fondazioni e onlus?. Un missionario comboniano da sempre in trincea, in Africa, ha così commentato: “Certi sacerdoti del dio denaro prima si arricchiscono giocando in modo spregiudicato con le regole del mercato, poi cercano di lavarsi la coscienza facendo beneficenza”.