I kamikaze attaccano la Quinta Flotta americana nel corso di una battaglia durante la seconda guerra. mondiale
I kamikaze attaccano la Quinta Flotta americana nel corso di una battaglia durante la seconda guerra. mondiale
"Alle madri non era nemmeno permesso piangere, mentre vedevano i loro figli andare in picchiata sugli obiettivi nemici e farsi esplodere". Mordecai George Sheftall, professore americano che insegna cultura moderna giapponese all’università di Shizuoka, è l’uomo che sussurra ai kamikaze. È tra i pochi occidentali con cui i sopravvissuti di uno dei più famosi corpi di élite abbiano mai deciso di confidarsi. "Ho parlato con un centinaio di loro e ne ho intervistati 25. Alcune di queste storie – spiega con un filo di voce – mi fanno ancora venire gli incubi". Professore, come è nato il suo interesse per i kamikaze? "Avevo otto anni e per il 25esimo anniversario dalla fine della Seconda guerra mondiale vidi un documentario che parlava di piloti giapponesi pronti a sacrificarsi per il proprio Paese. Fu uno choc. Nel 1987 mi sono trasferito in Giappone. L’11 settembre del 2001, quando vidi in diretta televisiva l’attacco alle Torri Gemelle, i giornalisti parlarono di attentato kamikaze. Cominciai a chiedermi se fosse giusto usare quella parola. La mia metà giapponese mi diceva di no. E così ho iniziato a contattare i piloti nipponici sopravvissuti. Non è stato facile vincere la loro diffidenza". Cosa l’ha colpita di più di queste persone? "Ognuna delle loro storie è devastante. In pochi sono riusciti a trattenere le lacrime mentre me le...

"Alle madri non era nemmeno permesso piangere, mentre vedevano i loro figli andare in picchiata sugli obiettivi nemici e farsi esplodere". Mordecai George Sheftall, professore americano che insegna cultura moderna giapponese all’università di Shizuoka, è l’uomo che sussurra ai kamikaze. È tra i pochi occidentali con cui i sopravvissuti di uno dei più famosi corpi di élite abbiano mai deciso di confidarsi. "Ho parlato con un centinaio di loro e ne ho intervistati 25. Alcune di queste storie – spiega con un filo di voce – mi fanno ancora venire gli incubi".

Professore, come è nato il suo interesse per i kamikaze?

"Avevo otto anni e per il 25esimo anniversario dalla fine della Seconda guerra mondiale vidi un documentario che parlava di piloti giapponesi pronti a sacrificarsi per il proprio Paese. Fu uno choc. Nel 1987 mi sono trasferito in Giappone. L’11 settembre del 2001, quando vidi in diretta televisiva l’attacco alle Torri Gemelle, i giornalisti parlarono di attentato kamikaze. Cominciai a chiedermi se fosse giusto usare quella parola. La mia metà giapponese mi diceva di no. E così ho iniziato a contattare i piloti nipponici sopravvissuti. Non è stato facile vincere la loro diffidenza".

Cosa l’ha colpita di più di queste persone?

"Ognuna delle loro storie è devastante. In pochi sono riusciti a trattenere le lacrime mentre me le raccontavano. E anch’io mi sono ritrovato spesso a piangere assieme a loro. Toshiharu Konada ad esempio era un pilota di Kaiten, i siluri imbottiti di esplosivo e modificati per poter essere guidati da un militare. ‘Stavamo al buio per ore a guardare il giroscopio. Si sentiva solo odore di ruggine e acqua salata. Eravamo già – così mi disse – nelle nostre bare’. Sugli aerei almeno potevi vedere a cosa andavi incontro prima di morire, ma a questi kamikaze del mare era negata anche la possibilità di gettare un’occhiata furtiva al mondo che stavano per lasciare".

Com’è possibile che tanti giovani volessero entrare in questo corpo?

"I kamikaze erano delle rockstar. Tra il novembre del 1944 e l’agosto del 1945 erano sulle prime pagine di tutti i giornali giapponesi. Il più giovane di cui si ha notizia aveva 16 anni, la media era intorno ai 20. La guerra stava andando male per Tokyo e le gesta di questi ragazzi, paradossalmente, dovevano servire a tenere alto il morale del Paese. La propaganda li dipingeva come l’arma miracolosa che avrebbe salvato il Sol Levante. Kamikaze, infatti, significa vento divino e fa riferimento ai due tifoni che impedirono a Kublai Khan nel tredicesimo secolo di invadere l’arcipelago nipponico".

Erano tutti volontari?

"È difficile dare una risposta. Quando ai piloti veniva chiesto di partecipare a questo tipo di missioni era impensabile che qualcuno potesse alzare la mano per dire che non voleva salire sull’aereo. Le pressioni erano insopportabili. I media parlavano solo dei kamikaze e le famiglie di questi piloti sapevano cosa attendeva i loro figli. Verso la fine del conflitto, lo Stato cominciò a spiegare che chiunque poteva essere chiamato al sacrificio supremo, anche lanciandosi con una lancia di bambù contro l’invasore americano".

Si stima che durante la guerra morirono 6mila kamikaze. Erano davvero tutti pronti a sacrificarsi per l’Imperatore?

"Dal loro punto di vista stavano proteggendo il Giappone da un invasore che sarebbe venuto, secondo la propaganda, a stuprare le donne dei villaggi e a rendere schiavo un intero popolo. Era qualcosa anche peggio della morte. Il 99% di questi piloti sicuramente non voleva morire, ma erano ragazzi e per un giapponese di allora rifiutare una missione suicida e affrontare la vergogna che ne sarebbe derivata per lui e la propria famiglia era impensabile".

Come venivano scelti i kamikaze?

"Chiunque fosse in grado di pilotare un aereo poteva diventarlo. I ragazzi venivano radunati e poi si chiedeva chi fosse pronto per partire. Il lavaggio del cervello non era necessario. L’obbedienza all’autorità nella cultura giapponese dell’epoca era massima. Se lo Stato aveva bisogno del tuo contributo, anche il più estremo, era impossibile dire no".

Come passavano i piloti le ore prima di quella che poteva essere la loro ultima missione?

"Solitamente incontravano i parenti più stretti, se ci riuscivano, qualche giorno o settimana prima di decollare. Le basi da cui partivano dovevano restare segrete, ma ad alcune famiglie è stato permesso di accompagnare i propri figli sulla pista di lancio. Li avrebbero visti morire davanti ai loro occhi. Alle madri era vietato piangere, anzi dovevano dimostrare la propria felicità per il glorioso destino a cui i loro piccoli erano stati chiamati".

I kamikaze che ha conosciuto si vergognavano di essere sopravvissuti?

"Tutti".

Cosa le hanno raccontato?

"Si sentivano in colpa. Molti di loro hanno nascosto il proprio passato perfino alle persone più intime. Inoltre la propaganda americana, dopo la vittoria, aveva cominciato a diffondere notizie su come i kamikaze fossero tutti giovani a cui era stato fatto il lavaggio del cervello dal regime e come fossero stati imbottiti di alcol e droghe prima di partire per le missioni suicide. I giapponesi in poco tempo iniziarono a vergognarsi del fatto che il proprio Paese potesse aver creato una tale mostruosità. Non erano più delle rockstar, erano un’onta da cancellare. I kamikaze sopravvissuti provavano così una doppia vergogna".

Che differenza c’è tra un pilota giapponese e un terrorista islamico imbottito di esplosivo?

"La meccanica è la stessa, ma le circostanze e le motivazioni sono differenti. I jihadisti spesso sono persone emarginate che cercano una rivalsa contro il sistema. Sono loro che si fanno avanti per cercare un’affiliazione. I kamikaze invece erano scelti dallo Stato. I media e la società li spingevano al suicidio".

C’è una lezione in tutto questo?

"Che la cultura di Stato può essere qualcosa di veramente spaventoso. Chi nasceva nel Giappone del 1920 non poteva scegliere. Si veniva modellati per obbedire. La difesa della nazione era una vera e propria religione".

I giapponesi di oggi cosa pensano dei kamikaze?

"La maggior parte di loro, soprattutto i giovani, crede che il Sol Levante oggi sia un posto migliore e non vorrebbe mai tornare indietro. Non vorrebbero fare di nuovo grande il Giappone, per intenderci. Una minoranza, formata per lo più da anziani, ritiene che al Paese sia stata levata la dignità e il fatto che oggi nessuno si arruolerebbe mai in un corpo del genere è visto proprio come segno della debolezza e decadenza del Paese".

Pensa che vedremo mai qualcosa di simile ai kamikaze in futuro?

"Non nelle società capitalistiche, dove l’individualismo è diventata una leva del pacifismo. Solo la Corea del Nord, un regime isolato dal resto del mondo, ha le caratteristiche che potrebbero dare vita a un programma del genere".