La foto virale fatta girare dai talebani
La foto virale fatta girare dai talebani
Il capolavoro lo hanno pubblicato sui social nei giorni scorsi. Tre soldati talebani delle unità speciali Badri 313 (che prendono il nome dalla battaglia di Badri nella quale il profeta Maometto batté forze avversarie soverchianti con soli 313 uomini) che, in un tipico panorama afghano, alzano la bandiera talebana. Vestiti come le truppe americane, replicano alla perfezione l’iconica immagine di Joe Rosental della Associated Press nella quale quattro marines, il 25 febbraio 1945, alzavano la bandiera a stelle e strisce sul’isola di Iwo Jima. Una presa in giro bella e buona, ironica ed efficace. "Dopo Kabul la Nato è superata. Adesso serve un esercito europeo" Stesso stile – rilassato,...

Il capolavoro lo hanno pubblicato sui social nei giorni scorsi. Tre soldati talebani delle unità speciali Badri 313 (che prendono il nome dalla battaglia di Badri nella quale il profeta Maometto batté forze avversarie soverchianti con soli 313 uomini) che, in un tipico panorama afghano, alzano la bandiera talebana. Vestiti come le truppe americane, replicano alla perfezione l’iconica immagine di Joe Rosental della Associated Press nella quale quattro marines, il 25 febbraio 1945, alzavano la bandiera a stelle e strisce sul’isola di Iwo Jima. Una presa in giro bella e buona, ironica ed efficace.

"Dopo Kabul la Nato è superata. Adesso serve un esercito europeo"

Stesso stile – rilassato, disponibile, tranquillizzante, basato su parole chiave semplici e ripetute – lo si è visto nella prima conferenza stampa dei talebani, una volta presa Kabul. Nella pubblicazione, su pagine di simpatizzanti (pubblicazione sapientemente guidata), di immagini nelle quali i temuti sanguinosi talebani festeggiano quasi all’occidentale, gioiosamente. E nelle numerose partecipazioni a trasmissioni tv, spesso intervistati (orrore per i talebani di una volta) da giornaliste donne.

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I servizi americani e britannici sono convinti che dietro ci sia, “filtrata“ da una compiacente società qatariota, una grossa agenzia di pubbliche relazioni occidentali, che ha fornito una strategia di comunicazione adeguata alla narrazione che i talebani 2.0 vogliono portare avanti: siamo cambiati, siamo maturati. Circolano anche un paio di nomi (che rischiano grosso). Indagini sono in corso. Di sicuro, i talebani hanno affidato a una coppia collaudata di comunicatori la loro immagine.

Al centro di tutto c’è l’esperto Zabihullah Mujahid, lo storico portavoce dal gennaio 2007. Dopo la reconquista americana, si trasferì nelle remote valli afghane sempre in compagnia di un satellitare, al quale, infaticabile, rispondeva ai giornalisti stranieri dotati di traduttore (l’inglese, che pure mastica, per lui era allora la lingua degli empi takfiri) rivendicando azioni, vantando sempre successi fantasmagorici e usando un linguaggio da fondamentalista.

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Rispondeva così tanto che gli americani pensavano non fosse un singolo individuo, ma un nome collettivo. Pare che invece fosse sempre lui. Stacanovista del satellitare e della Jihad.

Al suo fianco l’ufficio politico talebano ha voluto Suhail Shaheen, nativo della Paktika, laurea a Kabul e all’università islamica di Islamabad, inglese quasi discreto. Durante il primo emirato (1996-2001) faceva il commissario politico al Kabul Times e fu anche (parla fluentemente Urdu) viceambasciatore in Pakistan. Adesso ingaggia la stampa straniera in maniera attiva e, lui spera, rassicurante.

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Nell’ombra lavora una squadra di giovani formati in Pakistan, affiancata da un social media team che si avvale di professionalità afghane esterne al movimento talebano, come Quadri Sahed Khosty, social media inflencer a Kabul. Basterà? Vista la pessima fama che avevano i talebani, ci voleva poco a migliorarne un po’ l’immagine. Ma qui a renderli minimamente accettabili, ce ne corre.

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