Il logo di Huawei (Ansa)
Il logo di Huawei (Ansa)

Pechino, 15 gennaio 2019 - Si alza la tensione tra Pechino e Ottawa, sullo sfondo del 'caso Huawei'. Il fondatore del colosso cinese delle telecomunicazioni Ren Zhengfei respinge i sospetti secondo cui la compagnia sia utilizzata dal governo cinese per spionaggio: in un raro incontro con i media stranieri, Ren, nel quartier generale di Shenzhen, ha detto che sua figlia (e direttore finanziario), Meng Wanzhou, arrestata in Canada, dovrebbe essere liberata, aggiungendo che sua figlia gli manca "molto". Huawei "non ha mai ricevuto alcuna richiesta da alcun governo di fornire informazioni improprie", ha aggiunto l'ex ingegnere militare, nel resoconto del Financial Times. 

Meng è stata rilasciata su cauzione, ma non può lasciare il Canada, e il suo caso ha portato a un forte deterioramento nei rapporti tra Pechino e Ottawa. Le parole di Ren giungono a pochi giorni dall'arresto, in Polonia, del direttore vendite del gruppo nel Paese, Wang Weijing, con l'accusa di spionaggio. Pur non essendo l'accusa rivolta anche al gruppo, Huawei ha in seguito annunciato il licenziamento del manager, le cui azioni hanno gettato "discredito" sull'azienda. "Amo il mio Paese, sostengo il Partito Comunista, ma non farò mai niente per danneggiare qualsiasi Paese al mondo", ha proseguito Ren, aggiungendo che il suo gruppo non è mai stato coinvolto "in alcun serio incidente relativo alla sicurezza". Ren ha poi avuto buone parole per il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di cui ha elogiato le politiche fiscali. "Il messaggio che voglio comunicare è: collaborazione e successo condiviso. In un mondo ad alta tecnologia, è sempre più impossibile per una singola azienda o per un singolo Paese sostenere i bisogni del mondo". In risposta ai dubbi sulla struttura societaria del gruppo, da molti definita opaca, Ren ha poi svelato l'ammontare della sua quota di partecipazione in Huawei, pari all'1,14% del totale delle azioni del gruppo. 

Ma la tensione si è acuita anche per un altro motivo: il governo cinese ha definito "irresponsabili" le parole del premier canadese, Justin Trudeau, che ha criticato la condanna a morte contro un canadese, arrestato nel 2014, e accusato di traffico di droga. "Chiediamo al Canada di rispettare il diritto, rispettare la sovranità giudiziaria di Pechino, correggere i propri errori e smetterla di fare tali irresponsabili affermazioni", ha detto la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, incontrando la stampa. Lunedì un tribunale cinese ha condannato a morte Robert Lloyd Schellenberg, 36 anni, aggravando in appello la sentenza di primo grado che lo aveva condannato a 15 anni di carcere. 

Intanto è un crescendo di 'provocazioni'. Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un'allerta di viaggio ai cittadini cinesi che intendono recarsi in Canada, poche ore dopo un simile avviso emesso dal Canada nei confronti dei cittadini canadesi che viaggiano in Cina a causa della "arbitraria applicazione delle leggi locali". L'allerta è stata emessa chiedendo ai cittadini cinesi di "valutare pienamente i rischi" di un viaggio ed esercitare cautela a causa della "detenzione arbitraria" di una cittadina cinese da parte di un Paese terzo: chiara l'allusione all'arresto  dì Meng Wanzhou.