Migranti africani a Tripoli
Migranti africani a Tripoli

Roma, 26 giugno 2018 – Quando si parla di migranti, chi propone una qualche soluzione molto spesso parla, come ha fatto Salvini in Libia, di “hotspot fuori dalla Ue”. Le strutture di riconoscimento nei Paesi al confine dell'Unione europea - il cui scopo dovrebbe essere quello di identificare chi chiede accoglienza, con l'obiettivo di avviarlo alla ricollocazione in Europa o all'espulsione - sono da almeno un paio d'anni una delle proposte al vaglio della Ue per risolvere la crisi dei profughi che attraversano il Mediterraneo. Alcuni le ritengono la soluzione definitiva al problema, per altri la situazione è più complessa. Ecco cosa è vero e cosa è falso

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MOLTI PAESI EXTRA UE HANNO DETTO OK AGLI HOTSPOT
FALSO
Nessuno Stato africano o balcanico si è detto favorevole agli hotspot. Anche la Libia, quando Matteo Salvini ha proposto di creare strutture di riconoscimento al sud del Paese, ha subito precisato: "Non sul nostro territorio". Tra l'altro le nazioni che si trovano come punti di passaggio all'interno delle rotte migratorie non hanno alcun interesse a diventare una sorta di magnete per i profughi. “Non permetteremo – ha fatto sapere nel 2017 il presidente del Ciad Idris Déby - di aprire sul nostro suolo strutture che attirino verso i nostri confini tutti i migranti del continente africano”. Gli sforzi tedeschi di convincere Tunisia ed Egitto sono falliti per lo stesso motivo. “Inoltre – fa notare Marie Walter-Franke, ricercatrice al Delors Institut - cooperare al controllo dei migranti potrebbe andare contro all'interesse nazionale: le rimesse dall'Occidente in alcuni stati africani arrivano a contare per il 20% del Pil”.

GLI HOTSPOT IN EUROPA HANNO FUNZIONATO BENE
FALSO
Gli unici hotspot esistenti sono in Grecia e in Italia. Sono stati creati per concentrare la gestione dei nuovi arrivati sul territorio della Ue, filtrare i richiedenti asilo, elaborare più rapidamente le loro richieste di asilo e identificare i candidati per il trasferimento in altri paesi della Ue. Peccato che dei cinque centri previsti nel nostro Paese quello di Messina non sia mai entrato in funzione e quello di Lampedusa sia stato chiuso dopo che diverse associazioni avevano denunciato le condizioni disumane in cui si trovavano i rifugiati ospitati nella struttura. Problemi analoghi sono stati segnalati da diverse associazioni umanitarie, tra cui Amnesty International, nei cinque centri greci operativi. Questi hotspot, tra l'altro, sono messi a dura prova dall'accordo Turchia-Ue, visto che è proprio in queste strutture che si decide quali migranti rimandare verso Ankara.

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IL PROGRAMMA DI RICOLLOCAMENTO FUNZIONA
FALSO
Al di là degli incentivi monetari, la Ue dovrebbe convincere i potenziali Paesi partner africani o balcanici di poter effettivamente ricollocare i rifugiati riconosciuti negli hotspot. Guardando le statistiche ufficiali, sarà difficile farlo. Finora, i paesi dell'Unione hanno reinsediato un numero trascurabile di rifugiati, sia individualmente sia attraverso il programma comunitario. Al 31 maggio 2018, le persone ricollocate dall’Italia negli ultimi tre anni sono state appena 12.690 e 21.999 dalla Grecia. Secondo l'accordo, avrebbero dovuto essere 160mila entro il 2017 (cifra poi rivista a 98,255 dopo l'accordo Ue-Turchia). Tra l'altro l'Unione è spaccata al suo interno, visto che Ungheria, Slovacchia e Polonia sono persino sottoposte a procedure di infrazione perché si rifiutano categoricamente di rispettare gli impegni presi.

NON ESISTE UN VISTO UNICO PER I RIFUGIATI NELLA UE
VERO
L'articolo 78 del trattato di Lisbona prevede la creazione di un visto unico per rifugiati che sia valido in tutta l'Unione europea. Peccato che dal 2007 questa volontà sia rimasta solo su carta. “Non ci sono prospettive – fa notare Marie Walter-Franke – che si possa arrivare all'implementazione di questa misura. Garantire asilo resta competenza di ogni singolo Stato”.

SARÀ FACILE FAR RISPETTARE GLI STANDARD UMANITARI
FALSO
Come dimostrano i casi degli hotspot italiani e greci, molto spesso le condizioni all'interno delle strutture sono precarie. Anche se i centri venissero stabiliti fuori dall'Unione, gli Stati membri sarebbero comunque tenuti al rispetto delle leggi comunitarie. Se già è difficile rispettare gli standard umanitari all'interno della Ue, l'impresa di mantenerli in Stati come Egitto, Ciad, Libia o Niger – non proprio dei Paesi paladini dei diritti umani - appare titanica.