Hong Kong, 12 giugno 2019 - E' sempre più caos a Hong Kong, dove non si placano le proteste di massa contro la legge sulle estradizioni in Cina. Secondo quanto riporta la Bbc, citando fonti del governo dell'ex colonia, ben 72 persone sono rimaste ferite (e due sono in gravi condizioni) nel corso dei più violenti scontri mai visti dai tempi del passaggio della regione da Londra a Pechino (nel 1997). Il South China Morning Post, il quotidiano locale in lingua inglese controllato da Alibaba, invece riferisce di 21 agenti feriti di cui 9 soccorsi in ospedale.

La polizia ha usato lacrimogeni, fumogeni, idranti e proiettili di gomma per respingere un fiume di persone che ha forzato i blocchi messi a protezione del Parlamento, dove alla fine l'esame della legge è stato rinviato. Il capo della polizia Stephen Lo, nei momenti più concitati, si è giustificato dicendo che le manifestazioni erano sfociate in "rivolta" e che i 5.000 agenti in tenuta antisommossa sono stati "costretti" a usare metodi sbrigativi che non si vedevano dalle proteste dell'autunno del 2014 di Occupy Central, il cosiddetto 'movimento degli ombrelli', quando studenti e attivisti pro-democrazia bloccarono per 79 giorni le principali vie della città al fine di premere sul governo locale per ottenere il suffragio universale per l'elezione del leader della città.

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, è invece apparsa in video ribadendo che la controversa legge non sarà ritirata, definendo le manifestazioni "rivolte organizzate" e sollecitando il ritorno alla calma. "Le azioni di rivolta che danneggiano una società pacifica, ignorando la legge e la disciplina, sono inaccettabili per qualsiasi società civilizzata", ha avvertito la governatrice cedendo spesso alle lacrime e assicurando di "non aver venduto" l'ex colonia alla Cina. Una precisazione che ha tradito un nervo scoperto: i manifestanti, forti della prova di forza di oltre un milione di persone scese in strada, sostengono che se la norma fosse approvata le autorità cinesi potrebbero abusarne per reprimere attivisti democratici, giornalisti e ogni figura critica nei confronti del governo guidato dal Partito comunista cinese. 

Il timore è che Hong Kong, con la perdita dell'indipendenza giudiziaria del territorio, possa perdere anche il suo grado di autonomia politica ed economica garantito dalla Cina nel quadro del sistema "un Paese, due sistemi". Pechino, dal canto suo, ha continuato a sostenere con forza il governo di Hong Kong, invitando gli Usa a "non intromettersi" nelle vicende di altri Paesi.