THE PIAZZA SANTI APOSTOLI DEMONSTRATE TO DEMAND JUSTICE FOR THE DEATH OF GIULIO REGENI AND OTHER VICTIMS OF THE AL SISI GOVERNMENT IN EGYPT. ROME, ITALY, ON FEBRUARY 13, 2016. PHOTO BY ANDREA RONCHINI/PACIFIC PRESS
THE PIAZZA SANTI APOSTOLI DEMONSTRATE TO DEMAND JUSTICE FOR THE DEATH OF GIULIO REGENI AND OTHER VICTIMS OF THE AL SISI GOVERNMENT IN EGYPT. ROME, ITALY, ON FEBRUARY 13, 2016. PHOTO BY ANDREA RONCHINI/PACIFIC PRESS

Milano, 17 febbraio 2016 - «UN RICERCATORE non si comporta così. Ci sono troppe anomalie». Il professor Massimo Campanini, orientalista, docente di storia del vicino oriente arabo contemporaneo, uno dei massimi esperti italiani dell’Egitto, era stato fra i primi ad avanzare dubbi sul ruolo di Regeni al Cairo.

Professor Campanini, è normale che un ricercatore universitario lavori anche per società di intelligence come la Oxford Analytica o che raccolga informazioni inviandole dettagliatamente, giorno per giorno, ai suoi referenti, come faceva Regeni?

«Certamente no. Nessuno si stupirebbe che Regeni avesse contatti con i servizi segreti. Alla luce delle ultime novità, mi sembra di poter confermare i dubbi che circondano questo avvenimento».

Quali sono i suoi principali dubbi?

«La crudeltà dell’esecuzione e il fatto di nascondersi dietro pseudonimi e di avere frequentazioni pericolose».

Troppe incertezze sul suo ruolo?

«Non voglio arrivare a soluzioni affrettate, mi limito a dire che la vicenda ha aspetti estremamente oscuri e questi aspetti oscuri sono sintetizzati in due grosse anomalie».

Analizziamole.

«La prima è il fatto che Regeni sia stato giustiziato in questa maniera così violenta e atroce, non è normale. Anche in un Paese del genere per eliminare una persona basta una sventagliata di mitra. Perché torturarlo così? La seconda anomalia è l’aspetto del nascondersi, dell’usare pseudonimi, del non essere limpido. E poi si continua a insistere a dire che era un ricercatore, ma non è vero!».

Cioè?

«Regeni non era un ricercatore. Formalmente era un Phd candidate, uno che stava facendo una tesi di dottorato in Egitto».

La differenza?

«Normalmente chi fa una tesi di dottorato, in qualsiasi Paese del mondo, è una persona all’inizio di una possibile carriera, che sta muovendo i primi passi. Io ne ho seguiti tanti di giovani dottorandi. Ma era gente che ancora non aveva contatti, non aveva collegamenti. Invece qui c’è qualcosa che non funziona».

Quindi non agiva da ricercatore, aveva contatti pericolosi, aveva esperienze in centri di analisi geopolitica....

«Fanno sospettare. Sicuramente si è fatto trascinare in un gioco più grosso di lui, che ha finito per stritolarlo. Questo non lo accusa di essere una sorta di Mata Hari, ma neppure ne fa un ragazzo dedito allo studio inspiegabilmente massacrato da barbari poliziotti. Guardi che la polizia egiziana è dura, ma a chi giova scatenare una crisi internazionale?»

Può capitare che i servizi segreti aggancino giovani ricercatori?

«Nella mia esperienza, i miei ricercatori e dottorandi – e ne ho avuto uno addirittura in Palestina – non sono mai stati disturbati da nessuno».

Lei aveva mai sentito parlare della Oxford Analytica?

«Francamente no. Ma ci sono talmente tanti think tank in giro per il mondo. Può darsi che qualcuno celi altri interessi, o faccia le cose più delicate per conto di organizzazioni meno esposte».

I servizi li usano?

«Sicuramente. D’altronde io collaboro con l’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionale, ndr) in maniera sistematica e ogni tanto i servizi o le commissioni parlamentari chiedono all’Ispi dei report. Ne ho scritti anche io. Questo succede ovunque».

Che cosa si aspetta di sapere ancora sulla morte di Regeni?

«Non voglio dire che fosse una spia mascherata, però ripeto che come minimo si è mosso in maniera improvvida. Ma se ci sono di mezzo i servizi segreti la verità vera non salterà mai fuori».