Il presidente francese Emmanuel Macron, 43 anni
Il presidente francese Emmanuel Macron, 43 anni
"Una questione di indipendenza", l’ha definita Emmanuel Macron annunciando i primi vaccini fabriqué en France. La produzione, finanziata in parte dallo Stato, comincerà in settimana grazie all’accordo siglato per tempo dalla francese Delpharm con Pfizer e BioNTech. A metà aprile si attiveranno Recipharm (stabilimento da cui usciranno dosi Moderna) e Sanofi che, in attesa di sviluppare la propria formula, ha siglato un’intesa con Jenssen (J&J). Infine, entro l’estate, Fareva metterà in produzione il Curevac, quando il nuovo vaccino tedesco avrà ottenuto l’ok dell’Ema. Entro fine anno, dunque, 250 milioni di dosi usciranno dagli stabilimenti d’Oltralpe: essendo i francesi circa 70 milioni, se non è autosufficienza (dipenderà dalla frequenza dei richiami e da eventuali accordi continentali), ci...

"Una questione di indipendenza", l’ha definita Emmanuel Macron annunciando i primi vaccini fabriqué en France. La produzione, finanziata in parte dallo Stato, comincerà in settimana grazie all’accordo siglato per tempo dalla francese Delpharm con Pfizer e BioNTech. A metà aprile si attiveranno Recipharm (stabilimento da cui usciranno dosi Moderna) e Sanofi che, in attesa di sviluppare la propria formula, ha siglato un’intesa con Jenssen (J&J). Infine, entro l’estate, Fareva metterà in produzione il Curevac, quando il nuovo vaccino tedesco avrà ottenuto l’ok dell’Ema. Entro fine anno, dunque, 250 milioni di dosi usciranno dagli stabilimenti d’Oltralpe: essendo i francesi circa 70 milioni, se non è autosufficienza (dipenderà dalla frequenza dei richiami e da eventuali accordi continentali), ci si avvicina molto.

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La strategia inglese

L’Unione europea, del resto, ha mostrato i limiti del suo piano: in media solo 14 europei su 100 sono stati vaccinati (prima dose), mentre nel Regno Unito siamo a 46 su 100. Il principale motivo, secondo alcuni osservatori, è che neanche una dose fabbricata negli stabilimenti inglesi, che ha investito circa 3,5 miliardi di euro nei vaccini (soprattutto AstraZeneca-Oxford), è uscita dai confini nazionali. Al contrario, circa un terzo della produzione delle dosi nei 30 stabilimenti in territorio europeo, dalla Svezia alla Spagna, è stata esportata extra Ue. Tra i destinatari, oltre a Messico, Canada e Cile, c’è proprio l’Inghilterra, che avrebbe ricevuto dosi anche dallo stabilimento AstraZeneca di Halix nei Paesi Bassi (cosa che ha causato attriti Bruxelles). Una strategia poco solidale, quella degli inglesi, facilitata anche dal trovarsi ’in casa’ i ricercatori di Oxford, ma che pare aver pagato.

L’America e la ricerca

Chi non ha badato a spese sono gli Stati Uniti, finanziando la ricerca in campo pandemico (Operation Warp Speed) con oltre 20 miliardi di dollari, contro i 3,2 dell’Unione europea. È vero che sono dati non esattamente sovrapponibili, ma il grande investimento, spesso a fondo perduto, fatto dal Governo federale, che ha coinvolto tutte le principali case farmaceutiche oggi proprietarie dei brevetti (Pfizer, Moderna e J&J sono americane, ma sono state finanziate anche altre) ha permesso di avere grandi scorte di siero. Nelle ultime 72 ore sono state inoculate 10 milioni di dosi: come se si ’immunizzasse’ l’intera Lombardia. Anche qui, per legge, gli ’shots’ prodotti negli Usa restano sul territorio. E Pfizer e Moderna giocano in casa.

Gli errori

Come spiega su Huffington Post Fabrizio Traù, dirigente nel Centro Studi di Confindustria e professore di Economia Industriale alla Luiss, "l’Europa ha rinunciato a costruire un proprio sistema di produzione" preferendo la strada della globalizzazione, "secondo cui quando occorre procurarsi un bene, basta comprarlo dove lo si produce". Una strategia che, visti i ritardi di AstraZeneca, mostra chiari limiti. Oltre a consentire risultati nel lungo periodo, poi, far crescere la filiera vaccinale ’in casa’ accorcerebbe la catena distributiva. Oggi, infatti, le dosi possono fare anche decine di migliaia di chilometri fra i vari Stati europei prima di essere impacchettate, etichettate e pronte per essere usate.

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Italia e Germania

Anche altri Paesi si stanno muovendo per una produzione propria. In Italia quattro aziende sarebbero già pronte, è emerso dal summit tra il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, Aifa e Federfarma. E sono già in corso i primi test per il siero della romana Reithera, finanziato con 81 milioni di euro da Invitalia e messo a punto con lo Spallanzani: ma i tempi, in questo caso, dovrebbero essere più lunghi. La Germania, infine, nella città tedesca di Dessau, dove cento anni fa fu creato un istituto per produrre vaccini in serie, ha finanziato la creazione di uno stabilimento per produrre vaccini in proprio.