Dante Gabriel Muratore ed Elon Musk
Dante Gabriel Muratore ed Elon Musk

San Francisco, 1 giugno 2020 - Ormai il suo 'no' a mister Tesla, l'istrionico Elon Musk, è diventato quasi una leggenda: “Grazie, Elon, preferisco fare ricerca nel biotech e cambiare la vita a chi soffre”. Ma Dante Gabriel Muratore, ingegnere elettronico italoargentino di 30 anni laureatosi tra Torino e Pavia, poi volato (con la moglie) a Stanford nella Silicon Valley, minimizza e preferisce concentrarsi sul proprio sogno: “Tornare in Italia a fare ricerca. Intanto in autunno, se l'emergenza Coronavirus sarà migliorata, mi avvicino: andrò in Olanda per una cattedra”.

Tutti i cervelli fuggono dall'Italia e lei vorrebbe rientrare?

Ho ricevuto una formazione straordinaria: vorrei lavorarci per gli affetti e il modo di vivere. Ma al momento non ci sono le condizioni: trovare i fondi di ricerca in Italia per fare il biotech è più difficile che altrove. Se non cambiano le politiche, dovrei scoprire una scorciatoia per rendere facile il mio mestiere in Italia: forse sarò costretto a diventare famoso (ride, ndr). Ma in un modo o nell'altro ce la farò. Magari per la pensione”.

Torniamo al momento in cui le telefonò Musk.

“Nella sua azienda di interfacce neurali impiantabili, Neuralink, cercavano persone che facevano il mio mestiere. E un giorno mi squilla il telefono: 'Pronto sono Elon'. La mia risposta poco brillante è stata: io sono Dante. Abbiamo avuto una conversazione molto piacevole, interessante, lui copre tutto dall'aspetto organizzativo alla psicologia del personale. Gli ho detto la verità: non volevo lavorare in un'azienda”.

E lui cosa le ha risposto?

“Ti capisco, ma pensaci, fai così, magari puoi scegliere un part-time. Io ho accettato: va bene, ci penso e vi faccio sapere. Per sette giorni ho chiesto a chiunque un consiglio, non ho quasi dormito. Sulla bilancia ha prevalso la maggiore libertà che ti concede l'accademia, rispetto a quella d'impresa. Anche a livello di team, tra Neuralink e Stanford, ho preferito la mia squadra”.

Quanti soldi le avrebbe offerto?

“A livello economico sarebbe cambiato molto, ma io per non cadere in tentazione ho rifiutato prima di sapere lo stipendio. Si trattava almeno di duplicare quello attuale di assegnista di ricerca. Il minimo di un post doc è circa 63mila dollari: io sono fortunato e guadagno un po' di più. Ma la vita qui è costosissima: un bilocale viene 4mila dollari al mese per fare un esempio”.

Lei è come Totti che ha detto 'no' al Real Madrid per restare il re di Roma.

“Speriamo che vada ugualmente bene. Non ho nessun rimpianto, ora posso dirlo”.

Ora ha appena mandato in produzione il super microchip per la retina artificiale.

“Tutto è cominciato tre anni fa, quando sono arrivato a Stanford per fare ricerca disegnando chip. Inizialmente creare un microchip per l'occhio sembrava una missione impossibile, poi è arrivata l'idea della svolta”.

Quale?

Riuscire a trasmettere un flusso di dati dalle cellule al chip e, poi, fuori dall’occhio, paragonabile alla visione di 100 film in HD in contemporanea su Netflix. Il chip ci tornerà a maggio, dobbiamo controllare con test elettrici di non aver compiuto errori. Prima che possa essere impiantato in un occhio umano passeranno dai 5 ai 10 anni e serviranno un centinaio di milioni di fondi”.

Come si vive l'emergenza Coronavirus negli Usa?

Ogni Stato è un po’ diverso, essendo una federazione. Qui in California stiamo seguendo molte delle direttive italiane. Ogni giorno i miei amici americani mi chiedono dell’Italia e dei nostri cari a casa. In generale, c’è un clima di forte adattamento a una situazione totalmente nuova. Siamo però speranzosi che se ognuno fa la sua parte, ne usciremo più forti di prima”.

In cosa la Silicon Valley le fa sentire nostalgia del Belpaese?

Principalmente non ci piace il sistema sanitario: essendo completamente privato, non sai mai quanto ti costerà e quale parte sarà coperta dall’assicurazione. Poi c'è lo stile di vita: io amo quello di cui mi occupo, ma qui è difficile staccare la spina quando esci dall’ufficio perché siamo tutti assorbiti dal proprio lavoro. La Silicon Valley è una bolla, più o meno poi ci conosciamo tutti. Una cosa che mi manca tantissimo è il concetto di trovarsi con gli amici al bar per un aperitivo al volo”.

Che effetto le fa vedere che Elon Musk conquista lo spazio e forse presto porterà turisti in giro per pianeti?

"È sempre affascinante quando gli avanzamenti tecnologici diventano tali da poter essere resi disponibili a tutti. Una certa democratizzazione della scienza".