Il presidente della Cop26, Alok Sharma (Ansa)
Il presidente della Cop26, Alok Sharma (Ansa)
"Ridurre" e non "abbandonare" il carbone, "phase down" invece di "phase out". La firma in calce all’emendamento che ha (ulteriormente) annacquato le ambizioni della Cop26, il vertice del clima che si è chiuso sabato notte a Glasgow, è dell’India. Additata da tutti come la principale responsabile del fallimento: Nuova Delhi in extremis ha preso in mano il testo dell’accordo finale per cambiare una parola da cui dipendevano miliardi di dollari di costi per una riconversione globale. Quello che invece alla luce del sole non era parso chiaro, è venuto a galla solo dopo lo “strappo last...

"Ridurre" e non "abbandonare" il carbone, "phase down" invece di "phase out". La firma in calce all’emendamento che ha (ulteriormente) annacquato le ambizioni della Cop26, il vertice del clima che si è chiuso sabato notte a Glasgow, è dell’India. Additata da tutti come la principale responsabile del fallimento: Nuova Delhi in extremis ha preso in mano il testo dell’accordo finale per cambiare una parola da cui dipendevano miliardi di dollari di costi per una riconversione globale. Quello che invece alla luce del sole non era parso chiaro, è venuto a galla solo dopo lo “strappo last minute“. Il retroscena è che il compromesso al ribasso era già stato avallato dagli altri due principali inquinatori mondiali, Cina e Stati Uniti. Ecco come.

Il patto sarebbe avvenuto a pochi giorni dal loro summit virtuale (previsto oggi). I presidenti Xi Jinping e Joe Biden, infatti, hanno sì promesso di "potenziare l’azione sul clima", ma passando proprio per quella via graduale per cui l’India è finita sul banco degli imputati. "Devi ridurre il carbone prima di potere eliminare il carbone", aveva spiegato l’inviato Usa John Kerry, presentando mercoledì l’intesa con Pechino. Una linea confermata dai negoziatori americani anche prima della convulsa sessione plenaria che ha chiuso il vertice di Glasgow, secondo quanto ricostruito da Bloomberg. Più sibillina, anche la Cina aveva fatto intuire la sua linea, poi seguita nello sprint finale targato Delhi. "Urlare slogan potrebbe provocare impatti negativi non necessari sul cammino. Potrebbe essere come strappare i germogli per farli crescere", ha detto alla vigilia del voto finale il suo negoziatore Li Zheng, citando un proverbio cinese. "Demonizzare i combustibili fossili – aveva aggiunto l’inviato di Pechino – ci farà solo del male".

Ma l’opposizione indiana ha avuto diversi altri sponsor di peso, ciascuno con un proprio movente: dall’Iran, che lamentava di non poter fare di più per le sanzioni, all’Australia, accusata di "nascondersi dietro altri". Con il passare delle ore, del resto, anche molti osservatori hanno puntato il dito contro i potenti che si sono fatti scudo dell’India. Come Brandon Wu, direttore delle politiche e delle campagne di Action Aid Usa: "Qui – ha scritto su Twitter – è importante vedere il contesto generale. Il problema non è l’India; il problema sono gli Stati Uniti e i Paesi ricchi che si rifiutano di fissare l’uscita dai combustibili fossili".

La Cop26 è finita in ogni caso lasciando una platea di giudicanti divisa in due. Il premier britannico Boris Johnson parla di svolta storica, di carbone ormai "condannato a morte", ma allo stesso tempo non nasconde una venatura di delusione per l’annacquamento del testo finale. Alok Sharma, la guida del summit, è stato visto in mondovisione in lacrime: "Ho sentito tutto il peso del mondo". Greta Thunberg, l’attivista verde più famosa, ha invece attaccato: "Attenzione a chi sostiene che la Cop26 sia stato un successo, è stato solo un bla bla bla"