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AGRA (India), 4 novembre 2015 -  IL DELITTO peggiore, in India, non ha bisogno delle tenebre. Erano le 16,30 di tre anni fa quando Ritu si è gettata a terra con dolori lancinanti al viso e la tremenda sensazione di non vederci più. Ora lei ha vent’anni e ha perso la vista nell’occhio sinistro. Ma la sua è la più sonora risata dello Sheroes Hangout Cafè, il bar che accoglie le sopravvissute agli attacchi acidi.

Ritu, in che modo le hanno teso l’agguato?
«Era un giorno normale per me. Stavo camminando per strada per andare ad allenamento di pallavolo. Ero nella squadra che rappresentava il mio Stato (Haryana; ndr). Durante il cammino ho incontrato mio fratello più grande, mi sono fermata qualche minuto e poi ho proseguito. Pochi metri dopo è arrivato un motorino con sopra due ragazzi con in mano una bottiglia di acido. Me l’hanno gettato addosso improvvisamente, senza che me ne rendessi conto».

Qualcuno ha provato a difenderla?
«No, nessuno attorno a me. E’ stato mio fratello, accorso qualche minuto dopo, a portarmi in ospedale. Vorrei chiedere agli uomini che non sono intervenuti di pensare a cosa avrebbero fatto se al mio posto ci fosse stata la loro madre, o la sorella, o la moglie. Come è possibile avere un cuore di pietra così duro?».

Perché è stata attaccata?
«L’agguato è stato orchestrato da mio cugino, che ha pagato 125mila rupie (1.700 euro) ai miei assalitori. Ma la cosa assurda è che sia la mia famiglia, sia quella del ragazzo che ha gettato l’acido, sono ricche. Mi ha rovinato la vita per pochi soldi, che avrebbe potuto avere dal padre se glieli avesse chiesti».

Come mai il cugino ha pagato per sfigurarla?
«Per due ragioni. La prima è che da molti anni c’è una disputa in famiglia per una proprietà. E l’altra è che gli piacevo molto e avrebbe voluto avermi, ma io mi rifiutavo».

Come le è cambiata la vita da quando è aperto lo Sheroes?
«È un aiuto enorme. Faccio un esempio. Io sono stata assalita il 26 maggio 2012 e portavo un vestito rosso. Da allora non ho mai più indossato abiti rossi fino al 26 maggio del 2014, quando le ragazze dello Sheroes mi hanno organizzato una festa. Erano tutte vestite di rosso e Rupa, un’altra sopravvissuta, mi ha dato un vestito rosso che aveva cucito apposta per me».

La camera da letto è piena di orsacchiotti. Cosa significano per lei?
«Il primo peluche, un cagnolino, me lo ha regalato mio padre quando ho riaperto gli occhi dopo l’operazione in ospedale. L’orso più grande invece me lo hanno regalato le amiche dello Sheroes a dicembre dell’anno scorso, nel giorno in cui il mio assalitore è stato condannato all’ergastolo».

Giocherà ancora a pallavolo?
«Vorrei tanto, ma non vedo più dall’occhio sinistro. Recentemente mi hanno proposto di fare paracadutismo e credo che lo farò».

Non ha paura?
«No, ho solo due pensieri in testa: o muoio oggi o qualcuno mi salverà».