Per le 666 Karen nate in Italia tra il 1999 e il 2018 tira brutta aria. La buriana soffia dagli Stati Uniti, dove questo nome di antiche origini danesi negli ultimi mesi è diventato sinonimo di anziana donna bianca che ha fatto del "lei non sa chi sono io" una ragione di vita. Lo stereotipo, spesso connotato da atteggiamenti razzisti, ha preso talmente piede che diversi giornali, tra cui il New York Post e il sito web della Fox, hanno utilizzato direttamente ‘Karen’ nei titoli per descrivere le protagoniste di imprese dove maleducazione e tracotanza facevano a gara tra loro. Un esempio? "Una Karen senza mascherina dà di matto perché un impiegato di Papa Murphy’s si rifiuta di servirle una pizza". Qualche mese fa aveva fatto scalpore il caso di Amy Cooper. La donna – subito...

Per le 666 Karen nate in Italia tra il 1999 e il 2018 tira brutta aria. La buriana soffia dagli Stati Uniti, dove questo nome di antiche origini danesi negli ultimi mesi è diventato sinonimo di anziana donna bianca che ha fatto del "lei non sa chi sono io" una ragione di vita. Lo stereotipo, spesso connotato da atteggiamenti razzisti, ha preso talmente piede che diversi giornali, tra cui il New York Post e il sito web della Fox, hanno utilizzato direttamente ‘Karen’ nei titoli per descrivere le protagoniste di imprese dove maleducazione e tracotanza facevano a gara tra loro. Un esempio? "Una Karen senza mascherina dà di matto perché un impiegato di Papa Murphy’s si rifiuta di servirle una pizza". Qualche mese fa aveva fatto scalpore il caso di Amy Cooper. La donna – subito ribattezzata Karen – aveva minacciato un afromaericano di chiamare i poliziotti accusandolo falsamente di aver tentato di ucciderla, solo perché lui le aveva chiesto di mettere la muserola al cane.

A dare un volto a tutte le Karen d’America, suo malgrado, è la star televisiva Kate Gosselin. Il suo taglio di capelli, ribattezzato sul web "la chioma ’Fammi parlare con il tuo superiore’", è da mesi un tormentone.

Anche la politica Usa ha già sdoganato l’espressione: pochi giorni fa, Lori Lightfoot, prima cittadina di Chicago, ha apostrofato con Karen una delle portavoci di Donald Trump, la platinata Kayleigh McEnany (rea di averla definita "un sindaco ormai derelitto"). E se l’arconimo ’milf’ (donna di mezza età molto appetibile sessualmente, per usare un eufemismo) e il nomignolo cougar (la predatrice un po’ attempata in cerca di uomini più giovani) sono diventati di uso comune anche in Italia, molto probabilmente anche Karen seguirà questo destino.

Ma da dove è nata la Karen-mania? Le origini, quando si parla di slang è sempre così, si perdono nel mito. C’è chi dice che sia partito tutto da Twitter, altri puntano la loro fiche su Reddit. Alcuni si sono lanciati in complessi calcoli, smontati poi da altri, secondo i quali Karen sarebbe stato il nome più diffuso tra le ragazze bianche nate attorno agli anni Settanta.

In ogni caso, in America non è una novità utilizzare un nome proprio per definire, spesso in maniera spregiativa, un gruppo sociale. Prima di Karen – a cavallo degli anni Novanta – era toccato a Becky. Così venivano identificate le donne bianche tutte moda low cost e frappuccino (la bevanda più famosa di Starbucks) che ignoravano volutamente i problemi razziali e sociali. Fino a qualche decennio prima, era ’Miss Ann’ a identificare questo tipo di donne.

Per quanto riguarda le tendenze attuali, ci sono brutte notizie anche per i Chad (in Italia, secondo l’Istat, ce ne sono meno di cinque) il maschio under 30 figlio di papà a caccia di conquiste facili, e i Kyle (da Aosta a Palermo se ne contano 96 nati tra il 2011 e il 2018): teenager rabbiosi, ossessionati dai videogame, pronti a prendersela con chiunque online. Anche sentirsi chiamare Trixie – nel nostro Paese ce ne sono meno di 15 nate tra il 2006 e il 2017– non è il massimo della vita. "Sono donne bianche tra i 20 e i 30 anni in cerca di un marito facoltoso. Il loro obiettivo – le racconta così Todd Allen sull’Indignant – è l’arrampicata sociale".

E in Italia? La cosa che si avvicina di più a questo uso dei nomi propri è la mitica Gradisca, l’incarnazione di una sensualità greve e di provincia. In alternativa c’è la casalinga di Voghera, la tipica donna di mezza età che vive lontano dai grandi centri urbani e non troppo colta. In alcune regioni viene utilizzato Geppo, mutuato probabilmente dall’omonimo protagonista del fumetto che spopolava negli Cinquanta e Sessanta, e che indica una persona maldestra. Secondo l’Istat, tuttavia, nessun genitore si è mai azzardato a chiamare il proprio figlio Gradisca o Geppo. Un’ottima ragione per scatenare da parte delle nostre 666 Karen una petulante protesta per essere state lasciate sole in compagnia di qualche Chad e una manciata di Kyle.